FORMAZIONE PROFESSIONALE – IL COLLABORATORE DI CUCINA

Si parla spesso di formazione come un percorso necessario per l’ingresso nel difficile mondo del lavoro.  La formazione è il processo didattico necessario alla trasmissione delle competenze. Può riguardare sia gli studenti al termine di un ciclo di studi così come i lavoratori attivi o alla ricerca di occupazione. Nel primo caso, si parla di formazione professionale iniziale rivolta ai giovani che iniziano la propria carriera lavorativa finita la scuola, l’università o un corso post-universitario. Nel secondo caso si parla di formazione professionale continua. Un tema che coinvolge sia i lavoratori occupati sia quelli inoccupati o disoccupati. In Italia, la formazione professionale è regolata dall’articolo 117 della Costituzione e delegata alle singole regioni che hanno competenza autonoma in materia.

Ogni regione quindi istituisce corsi di formazione, di carattere tematico cioè corsi professionali che hanno come obiettivo l’acquisizione di specifiche nozioni, da poter impiegare nel proprio ambito lavorativo. I corsi di formazione ti aiutano a sviluppare competenze specifiche che possono essere utilizzate nel lavoro o nelle attività personali. Questo può aiutare a diventare più competitivi sul mercato del lavoro e di conseguenza a fare progressi nella carriera.

<<La preparazione di professionalità da inserire nei quadri tecnici di una azienda è un’esigenza richiesta dal mondo imprenditoriale che riduce drasticamente i tempi d’ingresso nel mondo del lavoro. Lavorare con personale specializzato rende dinamica ed efficiente l’azienda, riduce gli errori in fase di lavoro e gratifica il lavoratore nel suo percorso personale di crescita>> come afferma Placido Salamone imprenditore e Vicepresidente del Circolo Anspi Camminiamo insieme di Castel di Tusa ad oggi presieduto dal Rev. Padre Bernardo Idim  che da questa primavera ha lanciato la campagna promozionale per la formazione di quadri professionali nella ristorazione e professionalità turistica in qualità di supporter di enti professionali accreditati allo svolgimento di corsi professionali di settore, di cui il primo in itinere è il corso di “COLLABORATORE DI CUCINA” .

La figura del collaboratore di cucina interviene, a livello esecutivo, nelle attività della ristorazione a supporto dei responsabili dei processi di lavoro. L’utilizzo di metodologie di base, di strumenti e di informazioni gli consentono di svolgere attività relative alla preparazione dei pasti con competenze di base nella scelta, preparazione, conservazione e stoccaggio di materie prime e semilavorati, nella realizzazione di piatti cucinati.

Le competenze professionali che si acquisiscono servono a definire e pianificare le fasi delle operazioni da compiere sulla base delle istruzioni ricevute e del sistema di relazioni; ed a scegliere e preparare le materie prime e i semilavorati secondo gli standard di qualità definiti e nel rispetto delle norme igienico -sanitarie vigenti.

I destinatari di questo progetto sono i  giovani maggiori di 18 anni e adulti disoccupati e occupati e tra i destinatari sono compresi: i titolari di “Buono servizi al lavoro”, i percettori di reddito di cittadinanza che hanno stipulato un Patto per il lavoro (D.lgs. 4/2019 art 4,co.76), i lavoratori dipendenti di aziende posti in CIGS: per i quali è stato sottoscritto un accordo di ricollocazione,(art 24 bis, dl.gs 148/2015), con assegno di ricollocazione (AdR), che non possono beneficiare di Adr per CIGS o per i quali non sia stato sottoscritto l’accordo di ricollocazione ,(art 24 bis, dl.gs 148/2015).

Certamentel’ammissione al corso è condizionata da: presentazione dello stato di disoccupazione (DID rilasciata dal CPI);presentazione titolo di studio (licenza media inferiore) mentre il Il regolamento prevede ai partecipanti con almeno 2/3 delle ore corso frequentate e il superamento dell’esame finale il rilascio di attestato di Qualifica Professionale.

Utili per ampliare le proprie possibilità di inserimento professionale, ed avere dunque maggiori opportunità lavorative, gli attestati di qualifica professionale certificano le competenze e le conoscenze professionali acquisite da un allievo nel corso di un determinato percorso formativo.

Si tratta di un documento con il quale un Ente di formazione, ovvero un’ organizzazione regionale che offre un servizio di qualifica professionale (la Regione di residenza) certifica la frequentazione, da parte di uno studente, di un percorso istruttivo finalizzato a conferire determinate competenze culturali.

Attestato di qualifica professionale, a cosa serve e quando prenderlo

L’attestato di qualifica professionale permette dunque al corsista di esercitare il titolo conseguito e, in base alla tipologia di lavoro e corso di formazione scelto, di esercitare la professione in totale autonomia. Ma vediamo nei dettagli cos’è un attestato di qualifica professionale, la sua validità professionale e come si consegue.

L’attestato di qualifica professionale ha una piena validità in tutto il territorio nazionale, non solo nella Regione in cui è stato conseguito, ma anche nei Paesi esteri appartenenti all’Unione Europea. L’accesso al corso di qualifica professionale è possibile dopo il termine di un percorso di studi di primo grado, dopo aver ottenuto un diploma di licenza media. I corsi professionali sono comunque aperti a tutte le persone che non abbiano ancora raggiunto i 18 anni di età.

Ogni studente può optare per diversi livelli formativi: percorsi di istruzione e formazione professionale triennali, di competenza regionale, senza alcun costo.

I percorsi formativi, volti a conferire la qualifica professionale, hanno infatti una durata di tre anni, e alla fine dell’ultimo anno di corso lo studente dovrà affrontare un esame con finalità abilitative: questo certificherà le competenze acquisite dallo studente, con valore legale.

Dopo aver ottenuto il diploma di qualifica di istituto professionale, sulla base della Decreto legislativo n. 226/05, lo studente potrà optare per il proseguimento della sua carriera professionalizzante, decidendo se fermarsi o frequentare i successivi due anni di specializzazione professionale, in modo da ottenere un diploma di istruzione secondaria superiore ad indirizzo professionale. In alternativa lo studente può cercare di inserirsi subito nel mondo del lavoro, tramite l’iscrizione alle agenzie interinali e agli uffici di collocamento.

Il percorso di formazione per ottenere l’attestato di qualifica professionale: come funziona?

I settori di qualifica professionale, offerti a livello regionale, sono davvero molto numerosi e coprono diverse aree di interessi: vi sono ad esempio quelli attinenti all’industria e all’artigianato, al settore aziendale e turistico, fino a quello sanitario e dei servizi sociali, al settore dell’estetica, del benessere e del mondo artistico. Tutti i corsi mirano ad offrire ai candidati le competenze tecniche e professionali necessarie per operare adeguatamente nel settore lavorativo scelto, questi coprono infatti diversi percorsi istruttivi: attività di laboratorio e pratiche, con la possibilità di accedere a tirocini orientativi e formativi.

Diploma di qualifica professionale in modalità telematica

Si è visto che gli attestati di qualifica professionale, condotti a livello regionale, sono gratuiti e offrono una formazione aperta a quegli studenti che non hanno ancora raggiunto la maggiore età.

Con l’avvento di internet, tuttavia, si sono aperte nuove opportunità per coloro che desiderano studiare e ampliare le proprie capacità professionali pur avendo superato i 18 anni di età. Si tratta di corsi di qualifica professionale online, erogati tramite delle piattaforme di e-learning, i percorsi sono a pagamento e possono essere frequentati da tutti coloro che possiedono un diploma di licenza media.

Alla fine del percorso di studi, durante il quale il candidato avrà modo di seguire lezioni online e apprendere le competenze necessarie per il conseguimento del titolo, gli studenti potranno sostenere gli esami di qualifica professionale privatisti, recandosi presso l’istituto di competenza: l’importante è che siano in grado di documentare la propria idoneità psico-fisica per il lavoro di interesse e che, naturalmente, abbiano frequentato un corso di qualifica professionale o abbiano svolto un impiego per almeno tre anni nel settore relativo alla qualifica al quale ambiscono, purché il lavoro sia stato svolto in modo continuativo.

Settembre – Arrivano le nocciole

di Placido Salamone

Settembre è un mese fantastico. Un mese dove le pratiche agricole prendono vigore. la campagna mostra i suoi colori autunnali che caratterizzeranno il mese di ottobre. Nelle aree arborate collinari di alcune parti d’ Italia questo è il periodo della raccolta delle nocciole.

Il nocciolo è una pianta che troviamo diffusa in tutta Italia anche come albero spontaneo, le nocciole sono molto utilizzate dall’industria dolciaria, per questo è una coltura su cui si sta puntando molto a livello di agricoltura professionale.

L’albero di nocciolo è interessante anche per chi ha un piccolo frutteto famigliare o un giardino: è una pianta resistente, davvero semplice da coltivare, che richiede pochi trattamenti e può essere potata con meno frequenza rispetto ai classici alberi da frutto, può essere gestito ad alberello o vaso cespugliato, ma anche in forma di cespuglio e possiamo inserirlo in siepi o tenerlo a margine del giardino

La pianta di nocciole: Corylus avellana

Il nocciolo è una pianta un po’ diversa dalle altre specie tipiche del frutteto, poiché i suoi frutti rientrano nella categoria “frutta secca” o “frutta a guscio” e quindi si consumano in modo diverso rispetto agli altri. La pianta fa parte della famiglia delle Betulacee e ha portamento naturale a cespuglio con apparato radicale fascicolato, ha corteccia liscia e sottile, foglie ovoidali a margine seghettato e provviste di peluria nella pagina inferiore. La sua indole cespugliosa la rende una pianta esuberante e capace di gettare polloni. Ha fiori unisessuali: alla fioritura vediamo prima di tutto il fiore maschio (amento) che porta il polline, permane sui rami tutto l’inverno ed è molto caratteristico. Feconderà poi i fiori femminili per dar vita alle nocciole.

Il nome botanico del nocciolo è Corylus avellana, si presta molto bene a valorizzare gli ambienti collinari e la sua coltivazione professionale, chiamata corilicoltura, si può condurre efficacemente secondo i metodi dell’agricoltura biologica.

la coltivazione del nocciolo

Il nocciolo è una pianta tipica dell’Italia, lo si trova in particolare in zone collinari, sia del centro Italia che in settentrione, sono famose in tutto il mondo le nocciole del Piemonte. Si tratta di una specie ben resistente e adattabile, che teme il freddo estremo e il caldo siccitoso e i ristagni idrici. Clima necessario alla coltivazione è quello temperato e in Italia si trova allo stato spontaneo in molte zone collinari e di bassa montagna. Si tratta di una pianta rustica, che si adatta bene a svariate situazioni, anche se le temperature sotto i -12 °C accompagnate da un’elevata umidità dell’aria possono danneggiarla.

Il momento di maggiore sensibilità al freddo è il risveglio vegetativo primaverile, quando i germogli appena spuntati vengono danneggiati anche da ritorni di freddo di 0°C. Anche le estati molto calde e siccitose con temperature che si protraggono a lungo sopra i 30 °C sono nocive perché causano la perdita anticipata delle foglie e portano ad un raccolto inferiore, con nocciole vuote.

Il terreno ideale per il nocciolo è quello che rifugge i ristagni idrici in cui si verificano marciumi radicali e quello con troppo calcare attivo dove si notano sintomi di clorosi ferrica sul fogliame. Sono preferibili quindi i suoli abbastanza sciolti o di medio impasto, con ph vicino alla neutralità e con un buon tenore di sostanza organica.

Mettere a dimora un nocciolo

Per l’impianto di un noccioleto o anche solo di pochi esemplari, l’ideale è partire da piante di 2 anni di cui si abbia la garanzia che siano sane, solitamente fornita dai vivai professionisti. Il momento migliore per il trapianto è l’autunno, anche se si possono realizzare impianti primaverili, purché non troppo avanti nella stagione per non incorrere nel rischio di fallanze, ovvero della moria di alcuni esemplari. Se si tratta di un noccioleto professionale è bene lavorare il terreno, meglio se nell’estate precedente all’impianto, allo scopo di garantire il drenaggio alle radici delle piante, mentre per la messa a dimora di poche piante si può ricorrere allo scavo delle singole buche come per gli altri fruttiferi.
La buca deve avere grandi dimensioni proprio per garantire un buon volume di terra smossa all’apparato radicale, e quindi un buon sgrondo dell’acqua in eccesso. Nel ricoprire la buca si esegue una concimazione di fondo con letame o compost ben maturi, miscelandoli alla terra degli strati più superficiali. Si consiglia anche di aggiungere manciate di stallatico in pellets o di altro concime organico come cornunghia, per apportare più nutrienti. La buca può essere scavata a mano o con mototrivelle, soprattutto se il terreno è particolarmente compatto e dobbiamo piantare molti noccioli. La piantina si mette diritta nella buca, il colletto deve restare a livello del suolo ed è consigliato affiancarle un tutore come una canna per un sostegno iniziale. Si preme delicatamente il suolo per farlo aderire alle radici e infine si esegue una prima irrigazione per favorire l’attecchimento della pianta.

Per piantare un albero non conviene seminare la nocciola, sarebbe lungo. Il sistema più semplice e diffuso per la propagazione del nocciolo è l’uso di polloni provenienti da ceppaie certificate, in cui si abbia la sicurezza di ottenere esemplari dalle stesse caratteristiche della pianta madre. Altri metodi di propagazione usati sono la micropropagazione e la talea.

L’impollinazione del nocciolo è anemofila, avviene cioè grazie al vento che fa volare il polline dei fiori maschili, detti “amenti” su quelli femminili provvisti di ciuffo rosso. Le piante sono però autosterili, quindi per l’impollinazione è indispensabile la presenza di varietà diverse da quella coltivata che fungano da impollinatrici o di noccioli spontanei delle immediate vicinanze. A seconda delle diverse varietà, soprattutto in base alla vigoria e anche in base alla fertilità del terreno, le distanze minime consigliate tra le piante in un noccioleto professionale sono di 4 x 5 metri e le massime di 6 x 6 metri.

Operazioni colturali

Oltre alla potatura e al controllo delle avversità il noccioleto richiede poche operazioni di manutenzione: lo sfalcio periodico del suolo inerbito, un’eventuale pacciamatura intorno alle piante e l’irrigazione al bisogno sono le principali lavorazioni da effettuare. Durante lo stesso anno della messa a dimora, soprattutto se l’estate risulta molto calda e secca, è importante poter fare almeno delle irrigazioni di soccorso mediante un impianto a goccia, che non bagni la parte aerea. Negli anni successivi è importante garantire alle piante disponibilità idrica a giugno e a luglio perché questo porta poi ad agosto ad una produzione buona ed evita l’alternanza negli anni. Alla base delle piante è valido predisporre una pacciamatura organica a base di uno spesso strato di paglia sul terreno attorno alla proiezione della chioma. In alternativa si possono stendere i teli neri ed entrambe le soluzioni impediscono alla flora spontanea di crescere in quel punto e di competere per acqua e nutrienti con il nocciolo.

Come potare il nocciolo

Il nocciolo è un arbusto dall’intensa attività vegetativa, che deve essere potato perché assuma una forma ordinata, funzionale alla coltivazione, e la mantenga. Scopo della potatura oltre allo sfoltimento è anche favorire la produttività svecchiando i rami.

Possiamo decidere di potare il nocciolo tutti gli anni, ma anche intervenendo ogni due o tre anni si ottiene comunque una buona produzione e si riesce a mantenere l’albero produttivo. Il nocciolo cresce spontaneamente con un portamento a cespuglio, forma che spesso si asseconda anche nella coltivazione. Per ottenerla, dopo l’impianto della piantina in autunno si taglia quasi a terra in modo che emetta numerosi fusti o polloni. In primavera se ne scelgono 4 o 5 ben distanziati tra loro, che saranno gli organi principali, e si eliminano gli altri.

Un’alternativa al cespuglio già ben collaudata è il portamento a vaso cespugliato, con un fusto principale basso da cui partono le branche a 30-40 cm da terra. Questa forma offre il vantaggio di eseguire le operazioni di potatura e di raccolta con più facilità rispetto al cespuglio. Un’altra forma possibile è quella ad alberello, che rispetto alla precedente presenta un fusto più alto ed è adatta alla corilicoltura professionale in cui si prevede la meccanizzazione.

La potatura di produzione

La potatura nel nocciolo ha gli obiettivi di equilibrare l’attività vegetativa con quella riproduttiva, limitare il fenomeno dell’alternanza e quello della cascola anticipata dei frutti. Un ulteriore vantaggio è l’arieggiamento della chioma e quindi la migliore penetrazione della luce al suo interno. I periodi più indicati per potare sono l‘autunno-inverno, escludendo i momenti del gelo, fino a poco prima della fioritura.

Durante i primi due anni di norma non si eseguono interventi di potatura. Dal terzo anno e per gli anni successivi si interviene sfoltendo i fusti del cespuglio eliminando alla base quelli in eccesso. I 4 o 5 fusti principali del cespuglio, che nel gergo vengono chiamati pertiche, vanno periodicamente rinnovati. Dai fusti si sviluppano le branche che originano a loro volta i rami, che devono essere lasciati nel numero di 4 o 5 e lunghi circa 20 cm per garantire la produzione (quelli troppo corti non producono). Dopo 10 anni la potatura diventa più intensa, con vari tagli di raccorciamento, e questo aiuta ad equilibrare vegetazione e produzione.

Malattie del noccioleto

Le patologie che possono colpire il nocciolo sono abbastanza occasionali. Tra le malattie più frequenti nel noccioleto ci sono i marciumi radicali, più probabili sui terreni soggetti a ristagno idrico. Queste patologie si notano per imbrunimenti spugnosi alla base della pianta e si fermano solo asportando le piante infette. L‘oidio o mal bianco invece è semplice da riconoscere: nel nocciolo mostra sintomi solo sulle foglie e si può contenere con irrorazioni di bicarbonato di sodio. Il mal dello stacco si verifica in prevalenza nei vecchi noccioleti e si manifesta con macchie bruno rossastre sulla corteccia delle branche e dei rami. Questa ultima patologia si blocca eliminando al più presto le parti di pianta colpite ed eventualmente trattando con prodotti a base di rame, adottando le dovute precauzioni e seguendo tutte le indicazioni presenti sull’etichetta del prodotto commerciale.

Quelle sopra menzionate sono tutte patologie di tipo fungino, ma il nocciolo può anche essere colpito da alcune batteriosi come lo Xanthomonas campestris, che si riconosce per le macchie su foglie e germogli, che si incurvano, si accartocciano e seccano, e che si può frenare trattando anche in questo caso con prodotti rameici. Gli insetti che occasionalmente attaccano i noccioli sono il balanino, che col suo lungo rostro buca le nocciole per deporvi l’uovo. Dall’uovo esce la larva che vive a spese del seme, e che si può sconfiggere con trattamenti autunnali a base del fungo entomopatogeno Beauveria bassiana. Atri parassiti possibili sono le cimici, tra cui di recente anche la pericolosa e polifaga cimice asiatica, gli afidi. Altro nemico frequente nel noccioleto è l’eriofide galligeno, che danneggia le gemme e si riconosce dal loro ingrossamento, e che si può trattare con olio bianco estivo e zolfo, prodotti ammessi in agricoltura biologica. Tra gli insetti nocivi per il nocciolo citiamo anche il rodilegno, la cui presenza viene tenuta a bada dai picchi che si cibano delle larve.

Mini lepri e ghiri

In alcuni ambienti di coltivazione del nocciolo si possono riscontrare danni da parte delle mini lepri, che si cibano delle giovani foglie e dei germogli. Per ostacolarle si possono mettere delle reti circolari attorno alla base delle piantine appena trapiantate, da togliere poi man mano che queste cresceranno. Un altro mammifero che si ciba delle nocciole negli ambienti collinari e montani è il ghiro, contro il quale possiamo solo sperare nei sui predatori naturali come la faina e il gufo reale.

Raccolta delle nocciole

Verso metà agosto le nocciole sono mature e iniziano a cadere dalle piante, quindi è molto utile predisporre delle reti sotto la chioma per facilitare la raccolta e non disperdere i frutti. L’entrata effettiva in produzione dei noccioli avviene al quinto o sesto anno dalla messa a dimora, è crescente fino all’ottavo e poi si stabilizza durando anche 30 anni. Da una pianta adulta mediamente si possono ottenere 5 kg di nocciole.

Questo frutto a guscio una volta raccolto non è ancora pronto al consumo: le nocciole devono essere essiccate per risultare conservabili, arrivando al 5-6% di umidità del seme e al 9-10% del guscio. L’ideale è stenderle su graticci su cui rigirarle spesso, oppure, soprattutto per produzioni destinate alla vendita, ricorrere ad essiccatoi ad aria, che lavorano a temperature di circa 45 °C. Dopo l’essiccazione vanno conservate in locali asciutti e a temperature di circa 15 °C, meglio se all’interno di materiale traspirante come sacchi di carta o di juta.

Le nocciole si consumano tali e quali come frutta secca, ma sono molto utilizzate anche per la trasformazione in pasticceria, in gelateria e per prodotti da forno, così come nelle note creme spalmabili.

Varietà di nocciole

In Piemonte, una delle regioni in cui più si coltivano i noccioli, sono diffuse le varietà Tonda Gentile delle Langhe, detta adesso Tonda Gentile Trilobata, la quale viene impollinata bene dalla varietà Tonda Gentile Romana, che fiorisce nello stesso periodo e che come si intuisce dal nome è di provenienza laziale. Citiamo inoltre alcune varietà campane come la Tonda di Giffoni, la Mortarella e la S. Giovanni, queste ultime due a frutto allungato.Il nome scientifico del nocciolo è “corylus avellana”, fu attribuito dai romani sulla base della parola greca “corys” ,termine che significava “elmo”, probabilmente in riferimento alla ghianda del nocciolo che funge da casco nei confronti della nocciola. Alcuni fossili rinvenuti in Germania, Svezia e in Danimarca dimostrano che le nocciole fossero incluse nell’alimentazione dell’uomo primitivo anche quando non si conosceva ancora la pratica della coltivazione, e quando questo si nutriva ancora di bacche e frutti tra i quali sono annoverate le nocciole .

Il nocciolo è una pianta ampiamente apprezzata fin dall’antichità, oltre che per le qualità nutrizionali del suo frutto, anche perché il suo legno consentiva di difendersi da tutti gli animali che striscianti, infatti i pastori lo utilizzavano come bastone. Le nocciole erano apprezzate anche da personaggi di spicco del mondo dell’antica Roma, Catone. Ad esempio, ne raccomandò la coltivazione negli orti romani.

Plinio, inoltre, aveva notato che, se assunte in ingenti quantità, potevano causare un notevole aumento di peso. Tuttavia, se assunte con moderazione e se tostate, avrebbero potuto curare il mal di gola. Da quanto emerge, quindi, il nocciolo è una pianta originaria dell’Asia Minore, è annoverato tra le piante più antiche coltivate dall’uomo infatti, alcune fonti, in modo particolare dei manoscritti risalenti a circa 5 millenni fa, citano questo pianta.

Diversi tipi di nocciole siciliane di qualità

Le nocciole siciliane sono conosciute ed apprezzate in tutto il mondo per il loro gusto inconfondibile. Tra le qualità siciliane, le più rinomate sono sicuramente le Nocciole dei Nebrodi e le Nocciole di Polizzi. Entrambe sono caratterizzate da un aroma intenso e da un gusto inconfondibile, sono molto pregiate e racchiudono al loro interno tutta la bellezza delle tradizioni da diverse generazioni.

Le Nocciole dei Nebrodi

Le nocciole dei Nebrodi sono una varietà che viene coltivata in un’area che si estende per circa 12 mila ettari, nel terreno che è parte del territorio del Parco dei Nebrodi (la più grande area naturale protetta della Sicilia) e sono tipiche della provincia di Messina.

Questa varietà è stata insignita del marchio di Denominazione di Origine Protetta. Questa tipologia di nocciole è particolarmente apprezzata per consistenza, aroma, profumo intenso e sapore delicato che permane in bocca lasciando un intenso retrogusto. Le nocciole dei Nebrodi si raccolgono alla fine di agosto e a mano, si staccano dalla pianta appena giunte a maturazione.

La coltivazione di questa qualità ha subito una vera e propria esplosione intorno al 1890, quando la crisi della gelsicoltura aveva gettato in grande difficoltà economiche molte famiglie siciliane. Fortunatamente, il nocciolo, è una pianta che si adatta facilmente ed, inoltre, è tipico dell’ambiente mediterraneo. Il territorio dei Nebrodi è un habitat protetto e caratterizzato da una straordinaria biodiversità. “L’estensione di 12mila ettari garantisce alla Sicilia il primato nazionale per la produzione delle nocciole”.

Le nocciole dei Nebrodi vengono utilizzate in pasticceria! Si usano per la preparazione della pasta reale di Tortorici, le ramette di Longi, i croccantini ed altri prodotti tipici della zona, ma anche in gelateria per la lavorazione di gelati e granite.

Le Nocciole Polizzi

Le nocciole di Polizzi sono un’altra qualità di nocciole siciliane. La loro coltivazione risale all’antichità, fin dai tempi dei normanni. Infatti, se ne parla perfino in alcuni atti di vendita del periodo. L’introduzione di questa qualità della nocciola risale al periodo tardo-normanno. Successivamente, gli Arabi diedero un forte impulso alla raccolta di nocciole nella zona di Piazza Armerina, da qui la produzione si estese fino a Polizzi.

Nel passato le distese di noccioli ricoprirono diversi ettari del territorio intorno a Polizza e, come nel caso dei Nebrodi, riuscirono a sostenere l’economia del luogo. Tuttavia, verso gli anni Sessanta cominciò il declino ed attualmente la nocciola di Polizzi viene coltivata unicamente su 150 ettari. Anche in questo caso la raccolta avviene tra fine agosto e settembre, le nocciole sono sferiche, schiacciate e color avana. Hanno un aroma particolarmente intenso e, se tostate, questo viene ulteriormente esaltato. Vengono impiegate nell’industria dolciaria, ad esempio, a Polizzi, sono utilizzate per la produzione dei pasticciotti, torroni, nucatoli e castagnoli.

La nocciola di Polizzi è un eccellente ingrediente per i dolci. In particolare per torroni ed i famosi nucatoli.

Proprietà delle nocciole siciliane e il loro utilizzo in cucina:

Tutte le nocciole sono ricche di fitosteroli: questi possono prevenire malattie del sistema cardiovascolare, e contengono omega 3 e omega 6, i cosiddetti “grassi buoni” importanti per abbassare il colesterolo. Contengono la vitamina E, B6 e sali minerali come calcio, ferro, magnesio e potassio. Le nocciole fresche deperiscono abbastanza velocemente, possono essere acquistate anche tostate, sotto forma di farina o di granella. Le nocciole possono essere utilizzate per la preparazione di diverse pietanze ed anche per alcuni dolci natalizi

POMODORO – un frutto antiossidante ed antitumorale

di Placido Salamone

Il pomodoro è uno dei simboli della cucina italiana, frutto dalle mille forme e colori, concentrato di gusto e bontà, protagonista di svariate ricette, ingrediente succoso e imprescindibile della nostra tavola, tanto elogiato da avere anche un museo dedicato a Collecchio. Molte regioni producono prodotti di eccellenza, la Sicilia con il suo pomodorino ciliegino di Pachino, o la Campania con il San Marzano o il Pomodorino del Piennolo sono solo degli esempi. Gioielli dai nomi un po’ strani, oltre ai classici pomodori rossi, ne esistono anche gialli, verdi o neri. Anche la forma varia molto, e accanto al tipico frutto tondo e grosso troviamo le varietà allungate, a pizzo, con le pieghe, a punta ed altre ancora. Per quanto una completa classificazione sia un po’ complicata, vediamo alcune tipologie di questo succoso e dolce re delle nostre tavole.

Pomodoro ciliegino di Pachino

Il nome deriva proprio dalla somiglianza con le ciliegie, piccolo, tondo e rosso il pomodorino ciliegino è un concentrato di bontà e, proprio come per le ciliegie, non puoi fare a meno di mangiarne uno dopo l’altro! Il più famoso e conosciuto è il pomodoro di Pachino Igp, che si coltiva sulla costa orientale della Sicilia. Il ciliegino è molto dolce e succoso, si gusta al naturale, rigorosamente con le mani, o condito in insalata, ma è ottimo anche cucinato al forno o come condimento per la pasta.

Pomodoro datterino

Anche il pomodoro datterino è molto dolce e si presta a molte ricette. Ideale per condire le bruschette e preparare gustose insalate, se viene usato per la salsa darà un risultato eccezionale.

Pomodoro a pizzo

Il pomodoro a “pizzo” si produce principalmente in Campania, nella zona del Vesuvio, ma anche nel Lazio, in Calabria ed in Sicilia, e proprio in questa regione sono presenti due Presìdi Slow Food di tale varietà: il siccagno della Valle del Bilìci ed il pizzutello delle Valli Ericine, quest’ultimo tipico della zona di Trapani ed ingrediente del saporito pesto alla trapanese con mandorle e basilico.

San Marzano

Il pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino Dop è il vero protagonista del sugo. Coltivato nella zona di Salerno, Napoli ed Avellino, questa varietà è la più richiesta al mondo, ideale per le conserve (non ha neanche bisogno di sale) è l’ingrediente inimitabile di molte ricette tipiche napoletane, del ragù e della passata per la pizza.

Pomodoro cuore di bue

Dalla forma grossa ed irregolare, il pomodoro occhio di bue ha un peso medio di 300 grammi, ma può arrivare anche ad 800 grammi, la sua polpa è carnosa e gustosa, e la buccia sottile e liscia. Ideale da mangiare a crudo, in insalata o sulle bruschette, è anche usato per realizzare la passata di pomodoro.

Pomodoro costoluto

Il pomodoro costoluto è un pomodoro dalla superficie ondulata e regolare, pesante e compatto è il più profumato tra le varietà. Il più conosciuto è il fiorentino, ingrediente della fantastica pappa al pomodoro, ma ne esistono anche altri tipi.

Pomodoro del Piennolo del Vesuvio

Piccolo, rosso fuoco, dalla buccia resistente e dalla polpa soda e compatta, con un sapore dolce ma un retrogusto un po’ acido, ecco la carta d’identità del pomodoro del Piennolo del Vesuvio. Deve il suo nome alla tecnica di conservazione, ovvero al “piennolo” o pendolo. Dopo la raccolta, che avviene in estate, i pomodorini vengono legati insieme con un filo di canapa a cerchio, a formare un unico grappolone che, maturando lentamente, resiste meravigliosamente fino alla primavera seguente. Esiste anche una tipologia giallo oro, il pomodorino giallo del Cilento. Il piennolo è molto versatile in cucina, puoi usarlo per insalate, bruschette, conserve o saltato in padella come contorno gustoso.
Cotto o crudo è comunque eccellente!

Pomodoro pronto all’uso

No, non è una nuova varietà di questo fantastico frutto, ma la passata di pomodoro in bottiglia, o i pomodori cubettati in scatola sono delle alternative ideali per aiutare in cucina chef, pizzaioli e chiunque voglia preparare gustose ed appetitose ricette utilizzando questo inimitabile ingrediente. Vengono selezionati i migliori pomodori provenienti da coltivazioni italiane, lavorati dopo poco la raccolta, allo scopo di mantenere tutta la qualità ed il gusto del frutto fresco, ed hanno il vantaggio di essere pronti all’uso e sempre disponibili

I PREZIOSI NUTRIENTI CONTENUTI NEL POMODORO

Per un analisi scientifica affidabile ci siamo appoggiati al centro ricerche della Fondazione Veronesi

I carotenoidi sono un gruppo di sostanze fitochimiche responsabili alcuni colori tipici degli alimenti vegetali (giallo, arancio e rosso). Svolgono un ruolo importante nella prevenzione delle malattie umane e nel mantenimento di una buona salute generale. Oltre ad essere potenti antiossidanti, alcuni carotenoidi (beta carotene) contribuiscono anche alla formazione della vitamina A. I carotenoidi sono tra le molecole più studiate per il loro ruolo potenziale sulla salute umana. Il pomodoro contiene in particolare il carotenoide licopene che conferisce al frutto maturo la caratteristica colorazione rossa ed ha una spiccata azione antiossidante. Altre sostanze contenute nel pomodoro maturo hanno proprietà antiossidanti: i polifenoli, composti prodotti dal metabolismo secondario delle piante, la cui concentrazione sembra diminuire con il procedere della maturazione e risulta maggiore nei pomodori coltivati in pieno campo rispetto a quelli coltivati in serra; i flavanoni, la naringenina e, tra gli acidi fenolici, l’acido clorogenico. Nel pomodoro sono presenti altre molecole come la solanina, un alcaloide con un’azione moderatamente tossica, presente nel pomodoro acerbo e in particolare nella buccia che a mano a mano scompare con la maturazione ed è poco resistente al calore. La tomatina o licopersicina, alcaloide scarsamente tossico per l’uomo, è prodotto dalle infezioni fungine e dal danneggiamento meccanico del frutto e si perde con la maturazione mentre permane nelle foglie e nei semi.

MA IL LORO CONTENUTO NON È SEMPRE UGUALE

La composizione in macro e micronutrienti del pomodoro, come per tutti i prodotti ortofrutticoli, è fortemente influenzata da fattori come il tipo di cultivar (ovvero la varietà coltivata), le pratiche agronomiche, l’esposizione alla luce solare, le caratteristiche del terreno, la trasformazione tecnologica ed il metodo di cottura a cui eventualmente sottoponiamo il prodotto. Per esempio, la vitamina C e il betacarotene continuano ad accumularsi nei pomodori che proseguono la fase di maturazione anche dopo raccolta, ma l’accumulo di betacarotene è comunque inferiore rispetto ai pomodori che maturano sulla pianta. La concentrazione del licopene aumenta man mano che il frutto matura. Tuttavia i pomodori coltivati in serra presentano concentrazioni di licopene più basse rispetto a quelli coltivati nei campi. È stato anche evidenziato che nei pomodori raccolti a giugno, dicembre e marzo si hanno le più alte concentrazioni di carotenoidi mentre nei mesi più caldi la concentrazione di queste molecole è inferiore.

COME CAMBIANO I NUTRIENTI CON LA COTTURA E LA CONSERVAZIONE?

I metodi di cottura e di conservazione possono incidere sul contenuto e sulla disponibilità delle sostanze contenute nel pomodoro. Nel caso della vitamina C, le perdite dovute alla cottura possono essere di considerevole entità (circa il 60 per cento in caso di cottura in acqua). Al contrario, il licopene si può ossidare se il pomodoro viene lavorato a crudo a lungo con strumenti metallici, mentre la cottura lo rende più disponibile. I carotenoidi sono infatti legati alle proteine nelle cellule vegetali e la cottura dell’alimento facilita la rottura dei legami. Studi condotti su un gruppo di soggetti adulti sani hanno messo in luce che il licopene ingerito con il pomodoro è più biodisponibile se proviene dal pomodoro trattato tecnologicamente (concentrato di pomodoro) anziché dal pomodoro fresco. Inoltre, i carotenoidi, essendo delle molecole liposolubili, possono essere assorbiti dall’organismo umano mediante la stessa via di assorbimento seguita dai grassi, per cui l’olio extravergine di oliva, elemento importante della dieta mediterranea, ne favorisce l’assorbimento.fullscreen gallery

IL RUOLO DEL POMODORO NELLA PREVENZIONE ONCOLOGICA

Secondo alcuni studi, i carotenoidi non hanno solo funzione antiossidante, ma contribuirebbero a potenziare il sistema immunitario e agirebbero anche come antitumorale. La correlazione inversa più documenta tra consumo di pomodoro e tumori è quella con il tumore della prostata, un tessuto in cui il licopene si concentra in modo parti colare. Uno studio in cui sono stati seguiti circa 50.000 soggetti per 12 anni ha dimostrato un effetto protettivo sul cancro alla prostata per chi consumava almeno una porzione di passata di pomodoro per settimana. Più recentemente, un simile effetto protettivo del pomodoro è stato riportato anche per quanto riguarda il tumore dell’ovaio. Questi dati ci indicano che è assolutamente auspicabile un aumento del consumo di pomodoro in tutte le sue forme, un consiglio che si sposa perfettamente con i dettami della dieta mediterranea.