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Natale 2023 – scopriamo con gusto la Valle dell’ Halaesa

di Letizia Passarello

Persino gli eterni indecisi sanno che c’è un’unica certezza nei regali di Natale gastronomici: con il cibo non si sbaglia mai. Perché è bello assaggiare, sperimentare, proporre novità. E poi durante le feste le prelibatezze non bastano mai, perché stare a tavola in famiglia e con gli amici, spizzicando e indugiando, è uno dei grandi piaceri del periodo. In Sicilia poi il cibo la fa da padrone e se girato in lungo e in largo la Sicilia, dalle principali città fino ai piccoli borghi dell’entroterra,  troveremo una tradizioni gastronomica e dolciaria affascinante e diversificata, questo grazie soprattutto alla biodiversità naturale del territorio isolano che garantisce la presenza di materie prime di altissima qualità provenienti dal ricco giacimento enogastronomico della regione: le mandorle di Avola, l’uva passa di Pantelleria, la manna di Castelbuono, lo zafferano di Enna, i pistacchi di Bronte, il cioccolato di Modica, i capperi di Salina e il mandarino di Ciaculli

La territorialità costituisce quindi un imperativo categorico per le imprese del settore soprattutto che si trattino di piccoli laboratori a conduzione familiare o aziende più strutturate. Una scelta di marketing che punta sull’originalità e l’unicità dei prodotti, sulla rivisitazione della tradizione in una chiave moderna ed adatta ad un mercato in continua evoluzione.

Una scelta condivisa in pieno anche dalla Casaleni Natural Bio di Placido Salamone, il primo brand dedicato alla produzione agricola bio certificata della Valle dell’Halaesa, un angolo di Sicilia inedito ma ricco di ricco di storia, Un’isola nell’Isola, ai confini del Parco dei Nebrodi, tra la provincia di Palermo e quella della città dello Stretto

Dalla terra alla tavola, senza intermediari, Casaleni Natural bio” è un patto di fiducia tra produttori e consumatori. La vision, contemporanea dal cuore antico, affonda le proprie radici in oltre un secolo di storia della nobile famiglia Salamone che, da ben sei generazioni, cura con rispetto l’azienda agricola, seguendo il ritmo delle stagioni, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, per il benessere della salute e la salvaguardia del paesaggio, oltre che dei consumatori. Per un totale di circa 230 ettari, l’azienda agricola Casaleni si divide tra Nicosia, in provincia di Enna, dove ci sono gli allevamenti e la produzione di cereali e Castel di Tusa, in provincia di Messina dove si produce il pregiatissimo olio, e partiamo proprio da qui per presentare due interessanti novità per questo  Natale 2023

Novità che coniugano il passato ed il presente come, appunto, originale nella sua semplicità è la rievocazione dell’ arte artigiana stefanese con la giaretta d’olio d’oliva, espressione di fatto di una tradizione olearia illustre. Il design e la funzionalità delle giare stefanese resero famose queste produzioni in tutto il mondo e la riproduzione in miniatura come idea regalo rappresenta un omaggio ad una intramontabile storia imprenditoriale

Seconda novità i panettoni artigianali della Valle dell’ Halaesa. Parliamo cioè di lievitati naturali realizzati con percentuali d farina prodotta dall’ Azienda che raccontano un territorio ricco di tradizione e produzioni. Il “mistrettese” con cioccolato bianco noci e farcitura di more selvatiche che racconta i sapori della montagna nebroidea, il “Mottese” con crema di nocciole in omaggio al paese di Motta D’Affermo conosciuto per la produzione di nocciole, ed ancora il “Pettinese” panettone agrumato con frutta candita e crema di arance e limone dedicato al paese patria del rinomato limone in seccagno. Esiste poi un comune denominatore che unisce tutti i siciliani, ossia il pistacchio/mandole ed una caratterizzazione dell’Isola di ponte tra l’Oriente e l’ Occidente. Pertanto nel solco di una grande tradizione culturale, Casaleni ha voluto aggiungere due lievitati particolari “Il Siciliano” con cioccolato, granella di mandole e crema di pistacchio e “Alom” che in ungherese significa – Il Sogno – e che costituisce un’ assoluta novità. Un’ incontro equilibrato di gusti che simboleggiano la naturale storia della cultura europea, incontro di civiltà tra Oriente e d’Occidente. Per questa ragione l’albicocca simbolo dell’Est si coniuga con l’agrumato della frutta candita e delle scaglie di buccia di limone, espressione della cultura mediterranea per un sapore unico ed irriproducibile.

FORMAZIONE PROFESSIONALE – IL COLLABORATORE DI CUCINA

Si parla spesso di formazione come un percorso necessario per l’ingresso nel difficile mondo del lavoro.  La formazione è il processo didattico necessario alla trasmissione delle competenze. Può riguardare sia gli studenti al termine di un ciclo di studi così come i lavoratori attivi o alla ricerca di occupazione. Nel primo caso, si parla di formazione professionale iniziale rivolta ai giovani che iniziano la propria carriera lavorativa finita la scuola, l’università o un corso post-universitario. Nel secondo caso si parla di formazione professionale continua. Un tema che coinvolge sia i lavoratori occupati sia quelli inoccupati o disoccupati. In Italia, la formazione professionale è regolata dall’articolo 117 della Costituzione e delegata alle singole regioni che hanno competenza autonoma in materia.

Ogni regione quindi istituisce corsi di formazione, di carattere tematico cioè corsi professionali che hanno come obiettivo l’acquisizione di specifiche nozioni, da poter impiegare nel proprio ambito lavorativo. I corsi di formazione ti aiutano a sviluppare competenze specifiche che possono essere utilizzate nel lavoro o nelle attività personali. Questo può aiutare a diventare più competitivi sul mercato del lavoro e di conseguenza a fare progressi nella carriera.

<<La preparazione di professionalità da inserire nei quadri tecnici di una azienda è un’esigenza richiesta dal mondo imprenditoriale che riduce drasticamente i tempi d’ingresso nel mondo del lavoro. Lavorare con personale specializzato rende dinamica ed efficiente l’azienda, riduce gli errori in fase di lavoro e gratifica il lavoratore nel suo percorso personale di crescita>> come afferma Placido Salamone imprenditore e Vicepresidente del Circolo Anspi Camminiamo insieme di Castel di Tusa ad oggi presieduto dal Rev. Padre Bernardo Idim  che da questa primavera ha lanciato la campagna promozionale per la formazione di quadri professionali nella ristorazione e professionalità turistica in qualità di supporter di enti professionali accreditati allo svolgimento di corsi professionali di settore, di cui il primo in itinere è il corso di “COLLABORATORE DI CUCINA” .

La figura del collaboratore di cucina interviene, a livello esecutivo, nelle attività della ristorazione a supporto dei responsabili dei processi di lavoro. L’utilizzo di metodologie di base, di strumenti e di informazioni gli consentono di svolgere attività relative alla preparazione dei pasti con competenze di base nella scelta, preparazione, conservazione e stoccaggio di materie prime e semilavorati, nella realizzazione di piatti cucinati.

Le competenze professionali che si acquisiscono servono a definire e pianificare le fasi delle operazioni da compiere sulla base delle istruzioni ricevute e del sistema di relazioni; ed a scegliere e preparare le materie prime e i semilavorati secondo gli standard di qualità definiti e nel rispetto delle norme igienico -sanitarie vigenti.

I destinatari di questo progetto sono i  giovani maggiori di 18 anni e adulti disoccupati e occupati e tra i destinatari sono compresi: i titolari di “Buono servizi al lavoro”, i percettori di reddito di cittadinanza che hanno stipulato un Patto per il lavoro (D.lgs. 4/2019 art 4,co.76), i lavoratori dipendenti di aziende posti in CIGS: per i quali è stato sottoscritto un accordo di ricollocazione,(art 24 bis, dl.gs 148/2015), con assegno di ricollocazione (AdR), che non possono beneficiare di Adr per CIGS o per i quali non sia stato sottoscritto l’accordo di ricollocazione ,(art 24 bis, dl.gs 148/2015).

Certamentel’ammissione al corso è condizionata da: presentazione dello stato di disoccupazione (DID rilasciata dal CPI);presentazione titolo di studio (licenza media inferiore) mentre il Il regolamento prevede ai partecipanti con almeno 2/3 delle ore corso frequentate e il superamento dell’esame finale il rilascio di attestato di Qualifica Professionale.

Utili per ampliare le proprie possibilità di inserimento professionale, ed avere dunque maggiori opportunità lavorative, gli attestati di qualifica professionale certificano le competenze e le conoscenze professionali acquisite da un allievo nel corso di un determinato percorso formativo.

Si tratta di un documento con il quale un Ente di formazione, ovvero un’ organizzazione regionale che offre un servizio di qualifica professionale (la Regione di residenza) certifica la frequentazione, da parte di uno studente, di un percorso istruttivo finalizzato a conferire determinate competenze culturali.

Attestato di qualifica professionale, a cosa serve e quando prenderlo

L’attestato di qualifica professionale permette dunque al corsista di esercitare il titolo conseguito e, in base alla tipologia di lavoro e corso di formazione scelto, di esercitare la professione in totale autonomia. Ma vediamo nei dettagli cos’è un attestato di qualifica professionale, la sua validità professionale e come si consegue.

L’attestato di qualifica professionale ha una piena validità in tutto il territorio nazionale, non solo nella Regione in cui è stato conseguito, ma anche nei Paesi esteri appartenenti all’Unione Europea. L’accesso al corso di qualifica professionale è possibile dopo il termine di un percorso di studi di primo grado, dopo aver ottenuto un diploma di licenza media. I corsi professionali sono comunque aperti a tutte le persone che non abbiano ancora raggiunto i 18 anni di età.

Ogni studente può optare per diversi livelli formativi: percorsi di istruzione e formazione professionale triennali, di competenza regionale, senza alcun costo.

I percorsi formativi, volti a conferire la qualifica professionale, hanno infatti una durata di tre anni, e alla fine dell’ultimo anno di corso lo studente dovrà affrontare un esame con finalità abilitative: questo certificherà le competenze acquisite dallo studente, con valore legale.

Dopo aver ottenuto il diploma di qualifica di istituto professionale, sulla base della Decreto legislativo n. 226/05, lo studente potrà optare per il proseguimento della sua carriera professionalizzante, decidendo se fermarsi o frequentare i successivi due anni di specializzazione professionale, in modo da ottenere un diploma di istruzione secondaria superiore ad indirizzo professionale. In alternativa lo studente può cercare di inserirsi subito nel mondo del lavoro, tramite l’iscrizione alle agenzie interinali e agli uffici di collocamento.

Il percorso di formazione per ottenere l’attestato di qualifica professionale: come funziona?

I settori di qualifica professionale, offerti a livello regionale, sono davvero molto numerosi e coprono diverse aree di interessi: vi sono ad esempio quelli attinenti all’industria e all’artigianato, al settore aziendale e turistico, fino a quello sanitario e dei servizi sociali, al settore dell’estetica, del benessere e del mondo artistico. Tutti i corsi mirano ad offrire ai candidati le competenze tecniche e professionali necessarie per operare adeguatamente nel settore lavorativo scelto, questi coprono infatti diversi percorsi istruttivi: attività di laboratorio e pratiche, con la possibilità di accedere a tirocini orientativi e formativi.

Diploma di qualifica professionale in modalità telematica

Si è visto che gli attestati di qualifica professionale, condotti a livello regionale, sono gratuiti e offrono una formazione aperta a quegli studenti che non hanno ancora raggiunto la maggiore età.

Con l’avvento di internet, tuttavia, si sono aperte nuove opportunità per coloro che desiderano studiare e ampliare le proprie capacità professionali pur avendo superato i 18 anni di età. Si tratta di corsi di qualifica professionale online, erogati tramite delle piattaforme di e-learning, i percorsi sono a pagamento e possono essere frequentati da tutti coloro che possiedono un diploma di licenza media.

Alla fine del percorso di studi, durante il quale il candidato avrà modo di seguire lezioni online e apprendere le competenze necessarie per il conseguimento del titolo, gli studenti potranno sostenere gli esami di qualifica professionale privatisti, recandosi presso l’istituto di competenza: l’importante è che siano in grado di documentare la propria idoneità psico-fisica per il lavoro di interesse e che, naturalmente, abbiano frequentato un corso di qualifica professionale o abbiano svolto un impiego per almeno tre anni nel settore relativo alla qualifica al quale ambiscono, purché il lavoro sia stato svolto in modo continuativo.

Settembre – Arrivano le nocciole

di Placido Salamone

Settembre è un mese fantastico. Un mese dove le pratiche agricole prendono vigore. la campagna mostra i suoi colori autunnali che caratterizzeranno il mese di ottobre. Nelle aree arborate collinari di alcune parti d’ Italia questo è il periodo della raccolta delle nocciole.

Il nocciolo è una pianta che troviamo diffusa in tutta Italia anche come albero spontaneo, le nocciole sono molto utilizzate dall’industria dolciaria, per questo è una coltura su cui si sta puntando molto a livello di agricoltura professionale.

L’albero di nocciolo è interessante anche per chi ha un piccolo frutteto famigliare o un giardino: è una pianta resistente, davvero semplice da coltivare, che richiede pochi trattamenti e può essere potata con meno frequenza rispetto ai classici alberi da frutto, può essere gestito ad alberello o vaso cespugliato, ma anche in forma di cespuglio e possiamo inserirlo in siepi o tenerlo a margine del giardino

La pianta di nocciole: Corylus avellana

Il nocciolo è una pianta un po’ diversa dalle altre specie tipiche del frutteto, poiché i suoi frutti rientrano nella categoria “frutta secca” o “frutta a guscio” e quindi si consumano in modo diverso rispetto agli altri. La pianta fa parte della famiglia delle Betulacee e ha portamento naturale a cespuglio con apparato radicale fascicolato, ha corteccia liscia e sottile, foglie ovoidali a margine seghettato e provviste di peluria nella pagina inferiore. La sua indole cespugliosa la rende una pianta esuberante e capace di gettare polloni. Ha fiori unisessuali: alla fioritura vediamo prima di tutto il fiore maschio (amento) che porta il polline, permane sui rami tutto l’inverno ed è molto caratteristico. Feconderà poi i fiori femminili per dar vita alle nocciole.

Il nome botanico del nocciolo è Corylus avellana, si presta molto bene a valorizzare gli ambienti collinari e la sua coltivazione professionale, chiamata corilicoltura, si può condurre efficacemente secondo i metodi dell’agricoltura biologica.

la coltivazione del nocciolo

Il nocciolo è una pianta tipica dell’Italia, lo si trova in particolare in zone collinari, sia del centro Italia che in settentrione, sono famose in tutto il mondo le nocciole del Piemonte. Si tratta di una specie ben resistente e adattabile, che teme il freddo estremo e il caldo siccitoso e i ristagni idrici. Clima necessario alla coltivazione è quello temperato e in Italia si trova allo stato spontaneo in molte zone collinari e di bassa montagna. Si tratta di una pianta rustica, che si adatta bene a svariate situazioni, anche se le temperature sotto i -12 °C accompagnate da un’elevata umidità dell’aria possono danneggiarla.

Il momento di maggiore sensibilità al freddo è il risveglio vegetativo primaverile, quando i germogli appena spuntati vengono danneggiati anche da ritorni di freddo di 0°C. Anche le estati molto calde e siccitose con temperature che si protraggono a lungo sopra i 30 °C sono nocive perché causano la perdita anticipata delle foglie e portano ad un raccolto inferiore, con nocciole vuote.

Il terreno ideale per il nocciolo è quello che rifugge i ristagni idrici in cui si verificano marciumi radicali e quello con troppo calcare attivo dove si notano sintomi di clorosi ferrica sul fogliame. Sono preferibili quindi i suoli abbastanza sciolti o di medio impasto, con ph vicino alla neutralità e con un buon tenore di sostanza organica.

Mettere a dimora un nocciolo

Per l’impianto di un noccioleto o anche solo di pochi esemplari, l’ideale è partire da piante di 2 anni di cui si abbia la garanzia che siano sane, solitamente fornita dai vivai professionisti. Il momento migliore per il trapianto è l’autunno, anche se si possono realizzare impianti primaverili, purché non troppo avanti nella stagione per non incorrere nel rischio di fallanze, ovvero della moria di alcuni esemplari. Se si tratta di un noccioleto professionale è bene lavorare il terreno, meglio se nell’estate precedente all’impianto, allo scopo di garantire il drenaggio alle radici delle piante, mentre per la messa a dimora di poche piante si può ricorrere allo scavo delle singole buche come per gli altri fruttiferi.
La buca deve avere grandi dimensioni proprio per garantire un buon volume di terra smossa all’apparato radicale, e quindi un buon sgrondo dell’acqua in eccesso. Nel ricoprire la buca si esegue una concimazione di fondo con letame o compost ben maturi, miscelandoli alla terra degli strati più superficiali. Si consiglia anche di aggiungere manciate di stallatico in pellets o di altro concime organico come cornunghia, per apportare più nutrienti. La buca può essere scavata a mano o con mototrivelle, soprattutto se il terreno è particolarmente compatto e dobbiamo piantare molti noccioli. La piantina si mette diritta nella buca, il colletto deve restare a livello del suolo ed è consigliato affiancarle un tutore come una canna per un sostegno iniziale. Si preme delicatamente il suolo per farlo aderire alle radici e infine si esegue una prima irrigazione per favorire l’attecchimento della pianta.

Per piantare un albero non conviene seminare la nocciola, sarebbe lungo. Il sistema più semplice e diffuso per la propagazione del nocciolo è l’uso di polloni provenienti da ceppaie certificate, in cui si abbia la sicurezza di ottenere esemplari dalle stesse caratteristiche della pianta madre. Altri metodi di propagazione usati sono la micropropagazione e la talea.

L’impollinazione del nocciolo è anemofila, avviene cioè grazie al vento che fa volare il polline dei fiori maschili, detti “amenti” su quelli femminili provvisti di ciuffo rosso. Le piante sono però autosterili, quindi per l’impollinazione è indispensabile la presenza di varietà diverse da quella coltivata che fungano da impollinatrici o di noccioli spontanei delle immediate vicinanze. A seconda delle diverse varietà, soprattutto in base alla vigoria e anche in base alla fertilità del terreno, le distanze minime consigliate tra le piante in un noccioleto professionale sono di 4 x 5 metri e le massime di 6 x 6 metri.

Operazioni colturali

Oltre alla potatura e al controllo delle avversità il noccioleto richiede poche operazioni di manutenzione: lo sfalcio periodico del suolo inerbito, un’eventuale pacciamatura intorno alle piante e l’irrigazione al bisogno sono le principali lavorazioni da effettuare. Durante lo stesso anno della messa a dimora, soprattutto se l’estate risulta molto calda e secca, è importante poter fare almeno delle irrigazioni di soccorso mediante un impianto a goccia, che non bagni la parte aerea. Negli anni successivi è importante garantire alle piante disponibilità idrica a giugno e a luglio perché questo porta poi ad agosto ad una produzione buona ed evita l’alternanza negli anni. Alla base delle piante è valido predisporre una pacciamatura organica a base di uno spesso strato di paglia sul terreno attorno alla proiezione della chioma. In alternativa si possono stendere i teli neri ed entrambe le soluzioni impediscono alla flora spontanea di crescere in quel punto e di competere per acqua e nutrienti con il nocciolo.

Come potare il nocciolo

Il nocciolo è un arbusto dall’intensa attività vegetativa, che deve essere potato perché assuma una forma ordinata, funzionale alla coltivazione, e la mantenga. Scopo della potatura oltre allo sfoltimento è anche favorire la produttività svecchiando i rami.

Possiamo decidere di potare il nocciolo tutti gli anni, ma anche intervenendo ogni due o tre anni si ottiene comunque una buona produzione e si riesce a mantenere l’albero produttivo. Il nocciolo cresce spontaneamente con un portamento a cespuglio, forma che spesso si asseconda anche nella coltivazione. Per ottenerla, dopo l’impianto della piantina in autunno si taglia quasi a terra in modo che emetta numerosi fusti o polloni. In primavera se ne scelgono 4 o 5 ben distanziati tra loro, che saranno gli organi principali, e si eliminano gli altri.

Un’alternativa al cespuglio già ben collaudata è il portamento a vaso cespugliato, con un fusto principale basso da cui partono le branche a 30-40 cm da terra. Questa forma offre il vantaggio di eseguire le operazioni di potatura e di raccolta con più facilità rispetto al cespuglio. Un’altra forma possibile è quella ad alberello, che rispetto alla precedente presenta un fusto più alto ed è adatta alla corilicoltura professionale in cui si prevede la meccanizzazione.

La potatura di produzione

La potatura nel nocciolo ha gli obiettivi di equilibrare l’attività vegetativa con quella riproduttiva, limitare il fenomeno dell’alternanza e quello della cascola anticipata dei frutti. Un ulteriore vantaggio è l’arieggiamento della chioma e quindi la migliore penetrazione della luce al suo interno. I periodi più indicati per potare sono l‘autunno-inverno, escludendo i momenti del gelo, fino a poco prima della fioritura.

Durante i primi due anni di norma non si eseguono interventi di potatura. Dal terzo anno e per gli anni successivi si interviene sfoltendo i fusti del cespuglio eliminando alla base quelli in eccesso. I 4 o 5 fusti principali del cespuglio, che nel gergo vengono chiamati pertiche, vanno periodicamente rinnovati. Dai fusti si sviluppano le branche che originano a loro volta i rami, che devono essere lasciati nel numero di 4 o 5 e lunghi circa 20 cm per garantire la produzione (quelli troppo corti non producono). Dopo 10 anni la potatura diventa più intensa, con vari tagli di raccorciamento, e questo aiuta ad equilibrare vegetazione e produzione.

Malattie del noccioleto

Le patologie che possono colpire il nocciolo sono abbastanza occasionali. Tra le malattie più frequenti nel noccioleto ci sono i marciumi radicali, più probabili sui terreni soggetti a ristagno idrico. Queste patologie si notano per imbrunimenti spugnosi alla base della pianta e si fermano solo asportando le piante infette. L‘oidio o mal bianco invece è semplice da riconoscere: nel nocciolo mostra sintomi solo sulle foglie e si può contenere con irrorazioni di bicarbonato di sodio. Il mal dello stacco si verifica in prevalenza nei vecchi noccioleti e si manifesta con macchie bruno rossastre sulla corteccia delle branche e dei rami. Questa ultima patologia si blocca eliminando al più presto le parti di pianta colpite ed eventualmente trattando con prodotti a base di rame, adottando le dovute precauzioni e seguendo tutte le indicazioni presenti sull’etichetta del prodotto commerciale.

Quelle sopra menzionate sono tutte patologie di tipo fungino, ma il nocciolo può anche essere colpito da alcune batteriosi come lo Xanthomonas campestris, che si riconosce per le macchie su foglie e germogli, che si incurvano, si accartocciano e seccano, e che si può frenare trattando anche in questo caso con prodotti rameici. Gli insetti che occasionalmente attaccano i noccioli sono il balanino, che col suo lungo rostro buca le nocciole per deporvi l’uovo. Dall’uovo esce la larva che vive a spese del seme, e che si può sconfiggere con trattamenti autunnali a base del fungo entomopatogeno Beauveria bassiana. Atri parassiti possibili sono le cimici, tra cui di recente anche la pericolosa e polifaga cimice asiatica, gli afidi. Altro nemico frequente nel noccioleto è l’eriofide galligeno, che danneggia le gemme e si riconosce dal loro ingrossamento, e che si può trattare con olio bianco estivo e zolfo, prodotti ammessi in agricoltura biologica. Tra gli insetti nocivi per il nocciolo citiamo anche il rodilegno, la cui presenza viene tenuta a bada dai picchi che si cibano delle larve.

Mini lepri e ghiri

In alcuni ambienti di coltivazione del nocciolo si possono riscontrare danni da parte delle mini lepri, che si cibano delle giovani foglie e dei germogli. Per ostacolarle si possono mettere delle reti circolari attorno alla base delle piantine appena trapiantate, da togliere poi man mano che queste cresceranno. Un altro mammifero che si ciba delle nocciole negli ambienti collinari e montani è il ghiro, contro il quale possiamo solo sperare nei sui predatori naturali come la faina e il gufo reale.

Raccolta delle nocciole

Verso metà agosto le nocciole sono mature e iniziano a cadere dalle piante, quindi è molto utile predisporre delle reti sotto la chioma per facilitare la raccolta e non disperdere i frutti. L’entrata effettiva in produzione dei noccioli avviene al quinto o sesto anno dalla messa a dimora, è crescente fino all’ottavo e poi si stabilizza durando anche 30 anni. Da una pianta adulta mediamente si possono ottenere 5 kg di nocciole.

Questo frutto a guscio una volta raccolto non è ancora pronto al consumo: le nocciole devono essere essiccate per risultare conservabili, arrivando al 5-6% di umidità del seme e al 9-10% del guscio. L’ideale è stenderle su graticci su cui rigirarle spesso, oppure, soprattutto per produzioni destinate alla vendita, ricorrere ad essiccatoi ad aria, che lavorano a temperature di circa 45 °C. Dopo l’essiccazione vanno conservate in locali asciutti e a temperature di circa 15 °C, meglio se all’interno di materiale traspirante come sacchi di carta o di juta.

Le nocciole si consumano tali e quali come frutta secca, ma sono molto utilizzate anche per la trasformazione in pasticceria, in gelateria e per prodotti da forno, così come nelle note creme spalmabili.

Varietà di nocciole

In Piemonte, una delle regioni in cui più si coltivano i noccioli, sono diffuse le varietà Tonda Gentile delle Langhe, detta adesso Tonda Gentile Trilobata, la quale viene impollinata bene dalla varietà Tonda Gentile Romana, che fiorisce nello stesso periodo e che come si intuisce dal nome è di provenienza laziale. Citiamo inoltre alcune varietà campane come la Tonda di Giffoni, la Mortarella e la S. Giovanni, queste ultime due a frutto allungato.Il nome scientifico del nocciolo è “corylus avellana”, fu attribuito dai romani sulla base della parola greca “corys” ,termine che significava “elmo”, probabilmente in riferimento alla ghianda del nocciolo che funge da casco nei confronti della nocciola. Alcuni fossili rinvenuti in Germania, Svezia e in Danimarca dimostrano che le nocciole fossero incluse nell’alimentazione dell’uomo primitivo anche quando non si conosceva ancora la pratica della coltivazione, e quando questo si nutriva ancora di bacche e frutti tra i quali sono annoverate le nocciole .

Il nocciolo è una pianta ampiamente apprezzata fin dall’antichità, oltre che per le qualità nutrizionali del suo frutto, anche perché il suo legno consentiva di difendersi da tutti gli animali che striscianti, infatti i pastori lo utilizzavano come bastone. Le nocciole erano apprezzate anche da personaggi di spicco del mondo dell’antica Roma, Catone. Ad esempio, ne raccomandò la coltivazione negli orti romani.

Plinio, inoltre, aveva notato che, se assunte in ingenti quantità, potevano causare un notevole aumento di peso. Tuttavia, se assunte con moderazione e se tostate, avrebbero potuto curare il mal di gola. Da quanto emerge, quindi, il nocciolo è una pianta originaria dell’Asia Minore, è annoverato tra le piante più antiche coltivate dall’uomo infatti, alcune fonti, in modo particolare dei manoscritti risalenti a circa 5 millenni fa, citano questo pianta.

Diversi tipi di nocciole siciliane di qualità

Le nocciole siciliane sono conosciute ed apprezzate in tutto il mondo per il loro gusto inconfondibile. Tra le qualità siciliane, le più rinomate sono sicuramente le Nocciole dei Nebrodi e le Nocciole di Polizzi. Entrambe sono caratterizzate da un aroma intenso e da un gusto inconfondibile, sono molto pregiate e racchiudono al loro interno tutta la bellezza delle tradizioni da diverse generazioni.

Le Nocciole dei Nebrodi

Le nocciole dei Nebrodi sono una varietà che viene coltivata in un’area che si estende per circa 12 mila ettari, nel terreno che è parte del territorio del Parco dei Nebrodi (la più grande area naturale protetta della Sicilia) e sono tipiche della provincia di Messina.

Questa varietà è stata insignita del marchio di Denominazione di Origine Protetta. Questa tipologia di nocciole è particolarmente apprezzata per consistenza, aroma, profumo intenso e sapore delicato che permane in bocca lasciando un intenso retrogusto. Le nocciole dei Nebrodi si raccolgono alla fine di agosto e a mano, si staccano dalla pianta appena giunte a maturazione.

La coltivazione di questa qualità ha subito una vera e propria esplosione intorno al 1890, quando la crisi della gelsicoltura aveva gettato in grande difficoltà economiche molte famiglie siciliane. Fortunatamente, il nocciolo, è una pianta che si adatta facilmente ed, inoltre, è tipico dell’ambiente mediterraneo. Il territorio dei Nebrodi è un habitat protetto e caratterizzato da una straordinaria biodiversità. “L’estensione di 12mila ettari garantisce alla Sicilia il primato nazionale per la produzione delle nocciole”.

Le nocciole dei Nebrodi vengono utilizzate in pasticceria! Si usano per la preparazione della pasta reale di Tortorici, le ramette di Longi, i croccantini ed altri prodotti tipici della zona, ma anche in gelateria per la lavorazione di gelati e granite.

Le Nocciole Polizzi

Le nocciole di Polizzi sono un’altra qualità di nocciole siciliane. La loro coltivazione risale all’antichità, fin dai tempi dei normanni. Infatti, se ne parla perfino in alcuni atti di vendita del periodo. L’introduzione di questa qualità della nocciola risale al periodo tardo-normanno. Successivamente, gli Arabi diedero un forte impulso alla raccolta di nocciole nella zona di Piazza Armerina, da qui la produzione si estese fino a Polizzi.

Nel passato le distese di noccioli ricoprirono diversi ettari del territorio intorno a Polizza e, come nel caso dei Nebrodi, riuscirono a sostenere l’economia del luogo. Tuttavia, verso gli anni Sessanta cominciò il declino ed attualmente la nocciola di Polizzi viene coltivata unicamente su 150 ettari. Anche in questo caso la raccolta avviene tra fine agosto e settembre, le nocciole sono sferiche, schiacciate e color avana. Hanno un aroma particolarmente intenso e, se tostate, questo viene ulteriormente esaltato. Vengono impiegate nell’industria dolciaria, ad esempio, a Polizzi, sono utilizzate per la produzione dei pasticciotti, torroni, nucatoli e castagnoli.

La nocciola di Polizzi è un eccellente ingrediente per i dolci. In particolare per torroni ed i famosi nucatoli.

Proprietà delle nocciole siciliane e il loro utilizzo in cucina:

Tutte le nocciole sono ricche di fitosteroli: questi possono prevenire malattie del sistema cardiovascolare, e contengono omega 3 e omega 6, i cosiddetti “grassi buoni” importanti per abbassare il colesterolo. Contengono la vitamina E, B6 e sali minerali come calcio, ferro, magnesio e potassio. Le nocciole fresche deperiscono abbastanza velocemente, possono essere acquistate anche tostate, sotto forma di farina o di granella. Le nocciole possono essere utilizzate per la preparazione di diverse pietanze ed anche per alcuni dolci natalizi

POMODORO – un frutto antiossidante ed antitumorale

di Placido Salamone

Il pomodoro è uno dei simboli della cucina italiana, frutto dalle mille forme e colori, concentrato di gusto e bontà, protagonista di svariate ricette, ingrediente succoso e imprescindibile della nostra tavola, tanto elogiato da avere anche un museo dedicato a Collecchio. Molte regioni producono prodotti di eccellenza, la Sicilia con il suo pomodorino ciliegino di Pachino, o la Campania con il San Marzano o il Pomodorino del Piennolo sono solo degli esempi. Gioielli dai nomi un po’ strani, oltre ai classici pomodori rossi, ne esistono anche gialli, verdi o neri. Anche la forma varia molto, e accanto al tipico frutto tondo e grosso troviamo le varietà allungate, a pizzo, con le pieghe, a punta ed altre ancora. Per quanto una completa classificazione sia un po’ complicata, vediamo alcune tipologie di questo succoso e dolce re delle nostre tavole.

Pomodoro ciliegino di Pachino

Il nome deriva proprio dalla somiglianza con le ciliegie, piccolo, tondo e rosso il pomodorino ciliegino è un concentrato di bontà e, proprio come per le ciliegie, non puoi fare a meno di mangiarne uno dopo l’altro! Il più famoso e conosciuto è il pomodoro di Pachino Igp, che si coltiva sulla costa orientale della Sicilia. Il ciliegino è molto dolce e succoso, si gusta al naturale, rigorosamente con le mani, o condito in insalata, ma è ottimo anche cucinato al forno o come condimento per la pasta.

Pomodoro datterino

Anche il pomodoro datterino è molto dolce e si presta a molte ricette. Ideale per condire le bruschette e preparare gustose insalate, se viene usato per la salsa darà un risultato eccezionale.

Pomodoro a pizzo

Il pomodoro a “pizzo” si produce principalmente in Campania, nella zona del Vesuvio, ma anche nel Lazio, in Calabria ed in Sicilia, e proprio in questa regione sono presenti due Presìdi Slow Food di tale varietà: il siccagno della Valle del Bilìci ed il pizzutello delle Valli Ericine, quest’ultimo tipico della zona di Trapani ed ingrediente del saporito pesto alla trapanese con mandorle e basilico.

San Marzano

Il pomodoro San Marzano dell’Agro Sarnese-Nocerino Dop è il vero protagonista del sugo. Coltivato nella zona di Salerno, Napoli ed Avellino, questa varietà è la più richiesta al mondo, ideale per le conserve (non ha neanche bisogno di sale) è l’ingrediente inimitabile di molte ricette tipiche napoletane, del ragù e della passata per la pizza.

Pomodoro cuore di bue

Dalla forma grossa ed irregolare, il pomodoro occhio di bue ha un peso medio di 300 grammi, ma può arrivare anche ad 800 grammi, la sua polpa è carnosa e gustosa, e la buccia sottile e liscia. Ideale da mangiare a crudo, in insalata o sulle bruschette, è anche usato per realizzare la passata di pomodoro.

Pomodoro costoluto

Il pomodoro costoluto è un pomodoro dalla superficie ondulata e regolare, pesante e compatto è il più profumato tra le varietà. Il più conosciuto è il fiorentino, ingrediente della fantastica pappa al pomodoro, ma ne esistono anche altri tipi.

Pomodoro del Piennolo del Vesuvio

Piccolo, rosso fuoco, dalla buccia resistente e dalla polpa soda e compatta, con un sapore dolce ma un retrogusto un po’ acido, ecco la carta d’identità del pomodoro del Piennolo del Vesuvio. Deve il suo nome alla tecnica di conservazione, ovvero al “piennolo” o pendolo. Dopo la raccolta, che avviene in estate, i pomodorini vengono legati insieme con un filo di canapa a cerchio, a formare un unico grappolone che, maturando lentamente, resiste meravigliosamente fino alla primavera seguente. Esiste anche una tipologia giallo oro, il pomodorino giallo del Cilento. Il piennolo è molto versatile in cucina, puoi usarlo per insalate, bruschette, conserve o saltato in padella come contorno gustoso.
Cotto o crudo è comunque eccellente!

Pomodoro pronto all’uso

No, non è una nuova varietà di questo fantastico frutto, ma la passata di pomodoro in bottiglia, o i pomodori cubettati in scatola sono delle alternative ideali per aiutare in cucina chef, pizzaioli e chiunque voglia preparare gustose ed appetitose ricette utilizzando questo inimitabile ingrediente. Vengono selezionati i migliori pomodori provenienti da coltivazioni italiane, lavorati dopo poco la raccolta, allo scopo di mantenere tutta la qualità ed il gusto del frutto fresco, ed hanno il vantaggio di essere pronti all’uso e sempre disponibili

I PREZIOSI NUTRIENTI CONTENUTI NEL POMODORO

Per un analisi scientifica affidabile ci siamo appoggiati al centro ricerche della Fondazione Veronesi

I carotenoidi sono un gruppo di sostanze fitochimiche responsabili alcuni colori tipici degli alimenti vegetali (giallo, arancio e rosso). Svolgono un ruolo importante nella prevenzione delle malattie umane e nel mantenimento di una buona salute generale. Oltre ad essere potenti antiossidanti, alcuni carotenoidi (beta carotene) contribuiscono anche alla formazione della vitamina A. I carotenoidi sono tra le molecole più studiate per il loro ruolo potenziale sulla salute umana. Il pomodoro contiene in particolare il carotenoide licopene che conferisce al frutto maturo la caratteristica colorazione rossa ed ha una spiccata azione antiossidante. Altre sostanze contenute nel pomodoro maturo hanno proprietà antiossidanti: i polifenoli, composti prodotti dal metabolismo secondario delle piante, la cui concentrazione sembra diminuire con il procedere della maturazione e risulta maggiore nei pomodori coltivati in pieno campo rispetto a quelli coltivati in serra; i flavanoni, la naringenina e, tra gli acidi fenolici, l’acido clorogenico. Nel pomodoro sono presenti altre molecole come la solanina, un alcaloide con un’azione moderatamente tossica, presente nel pomodoro acerbo e in particolare nella buccia che a mano a mano scompare con la maturazione ed è poco resistente al calore. La tomatina o licopersicina, alcaloide scarsamente tossico per l’uomo, è prodotto dalle infezioni fungine e dal danneggiamento meccanico del frutto e si perde con la maturazione mentre permane nelle foglie e nei semi.

MA IL LORO CONTENUTO NON È SEMPRE UGUALE

La composizione in macro e micronutrienti del pomodoro, come per tutti i prodotti ortofrutticoli, è fortemente influenzata da fattori come il tipo di cultivar (ovvero la varietà coltivata), le pratiche agronomiche, l’esposizione alla luce solare, le caratteristiche del terreno, la trasformazione tecnologica ed il metodo di cottura a cui eventualmente sottoponiamo il prodotto. Per esempio, la vitamina C e il betacarotene continuano ad accumularsi nei pomodori che proseguono la fase di maturazione anche dopo raccolta, ma l’accumulo di betacarotene è comunque inferiore rispetto ai pomodori che maturano sulla pianta. La concentrazione del licopene aumenta man mano che il frutto matura. Tuttavia i pomodori coltivati in serra presentano concentrazioni di licopene più basse rispetto a quelli coltivati nei campi. È stato anche evidenziato che nei pomodori raccolti a giugno, dicembre e marzo si hanno le più alte concentrazioni di carotenoidi mentre nei mesi più caldi la concentrazione di queste molecole è inferiore.

COME CAMBIANO I NUTRIENTI CON LA COTTURA E LA CONSERVAZIONE?

I metodi di cottura e di conservazione possono incidere sul contenuto e sulla disponibilità delle sostanze contenute nel pomodoro. Nel caso della vitamina C, le perdite dovute alla cottura possono essere di considerevole entità (circa il 60 per cento in caso di cottura in acqua). Al contrario, il licopene si può ossidare se il pomodoro viene lavorato a crudo a lungo con strumenti metallici, mentre la cottura lo rende più disponibile. I carotenoidi sono infatti legati alle proteine nelle cellule vegetali e la cottura dell’alimento facilita la rottura dei legami. Studi condotti su un gruppo di soggetti adulti sani hanno messo in luce che il licopene ingerito con il pomodoro è più biodisponibile se proviene dal pomodoro trattato tecnologicamente (concentrato di pomodoro) anziché dal pomodoro fresco. Inoltre, i carotenoidi, essendo delle molecole liposolubili, possono essere assorbiti dall’organismo umano mediante la stessa via di assorbimento seguita dai grassi, per cui l’olio extravergine di oliva, elemento importante della dieta mediterranea, ne favorisce l’assorbimento.fullscreen gallery

IL RUOLO DEL POMODORO NELLA PREVENZIONE ONCOLOGICA

Secondo alcuni studi, i carotenoidi non hanno solo funzione antiossidante, ma contribuirebbero a potenziare il sistema immunitario e agirebbero anche come antitumorale. La correlazione inversa più documenta tra consumo di pomodoro e tumori è quella con il tumore della prostata, un tessuto in cui il licopene si concentra in modo parti colare. Uno studio in cui sono stati seguiti circa 50.000 soggetti per 12 anni ha dimostrato un effetto protettivo sul cancro alla prostata per chi consumava almeno una porzione di passata di pomodoro per settimana. Più recentemente, un simile effetto protettivo del pomodoro è stato riportato anche per quanto riguarda il tumore dell’ovaio. Questi dati ci indicano che è assolutamente auspicabile un aumento del consumo di pomodoro in tutte le sue forme, un consiglio che si sposa perfettamente con i dettami della dieta mediterranea.

LA VERA PASTA…SOLO DI SEMOLA DI GRANO DURO

di Placido Salamone

Entrare nel mondo delIa pasta richiede l’esigenza di fare chiarezza sui concetti di farina e semola. Solitamente la farina proviene dalla macinazione del grano tenero, tondo, opaco e friabile, mentre la semola deriva dalla macinazione del grano duro, allungato e traslucido. La semola, dal colore giallo, si usa nella preparazione della comune pasta secca mentre la farina è più comune nelle preparazioni lievitate.

La farina di grano duro è, invece, il prodotto della rimacinazione della semola. L’ulteriore sminuzzamento e raffinazione, rende la semola rimacinata più pura, e le attribuisce proprietà chimico-fisiche differenti. Farina e semola di grano duro vengono spesso usate per panificare e per creare dell’ottima pasta.
La pasta di semola di grano duro viene prodotta impastando semola di grano duro e acqua e lavorando l’impasto in forme diverse. La prima fase della sua preparazione è la selezione del grano duro da usare: questo momento definisce la qualità dell’intero prodotto. Le semole devono essere macinate prima di essere impastate. Il frumento dovrà essere setacciato, ripulito e poi macinato per ottenere una semola più o meno raffinata. Le fasi successive sono impasto e gramolatura che consiste nel lavorare l’impasto per fare in modo che diventi omogeneo ed elastico. Dopo aver preparato le diverse forme di pasta nella fase che prende il nome di trafilatura (pasta lunga o pasta corta), i pastifici la predispongono per l’essiccamento, ed infatti è definita pasta secca.
Alla fine della fase di essiccamento, si procede con il raffreddamento all’interno di appositi raffreddatori, per riportare la pasta a temperatura ambiente.

pasta semola grano duro

La pasta di semola di grano duro fa male?

La semola e anche la semola integrale sono caratterizzate da un elevato potere calorico e forniscono un lento rilascio di glucosio nel sangue, assicurando all’organismo energia a lungo termine. I soggetti con problemi cardiovascolari possono consumare tranquillamente gli alimenti a base di semola di grano duro per via della totale assenza di colesterolo. Inoltre, la pasta di semola integrale aiuta la regolare attività intestinale in quanto contiene quantitativi di fibre maggiori rispetto alla semola comune e il suo consumo è da sconsigliare ai soggetti che soffrono di problemi legati a eccessiva attività intestinale (come, ad esempio, la colite). Ovviamente essendo una pasta di grano duro contiene glutine e non può, pertanto, essere consumata da soggetti celiaci o intolleranti al glutine.
Pasta di semola di grano duro calorie

Cento grammi di pasta di semola (cruda) apportano circa 353 calorie e contengono approssimativamente: 79 grammi di carboidrati, 68 grammi di amido, 11 grammi di acqua e altrettanti grammi di proteine, 4 grammi di zuccheri, 2,7 grammi di fibre, 1,4 grammi di lipidi e altri elementi come sodio, potassio, ferro, calcio, fosforo, zinco, magnesio, rame e tracce di vitamina B1, B2, B3 e E.

Migliore pasta di semola di grano duro meglio acquistarla dal produttore

La selezione scrupolosa delle materie prime è solo il primo passo per la produzione di un’ottima pasta, processo che culmina con la trafilatura al bronzo e l’essiccazione lenta a bassa temperatura, per conservare integre le proprietà nutritive del grano e donare al prodotto un profumo e una consistenza uniche.

NASCE SU GIALLO ZAFFERANO “TORRE DEL GUSTO GOURMET “

di Elisabetta Canalopolis

E’ certamente un importante risultato quello ottenuto dall’imprenditore Placido Salamone, coordinatore del Gruppo Salamone e da anni alla presidenza della Torre del Gusto. Un accordo con uno dei più famosi marchi della comunicazione culinaria, GialloZafferano, il primo sito italiano di cucina, con oltre 5000 ricette, videoricette e audioricette con milioni di visitatori al giorno. I termini dell’ accordo consistono nella costituzione del Blog di “cucina ” TORRE DEL GUSTO GOURMET” sotto il dominio Blog.Giallozafferano.it. “Un risultato che premia il dinamismo di un progetto che continua a crescere di giorno in giorno e che certamente avrà un riflesso positivo sui nostri canali di comunicazione” – afferma Placido Salamone – ” inoltre una piattaforma a servizio dei nostri talentuosi chef e neofiti della cucina che avranno in occasione in più per mettere in mostra la propria fantasia culinaria”

Qui di seguito il nuovo sito web

https://blog.giallozafferano.it/torredelgustosalamone/

Giallozafferano è un brand editoriale di cucina, punto di riferimento sul web e sui social italiani per chi voglia imparare a cucinare, approfondire le proprie tecniche culinarie e tenersi aggiornato sui nuovi trend del mondo food.Nato come sito web di ricette nel 2006, e in seguito sviluppatosi con una community di blogger, negli anni Giallozafferano ha sviluppato un’app per smartphone, pubblicato libri di cucina con Mondadori, creato un programma televisivo con Mediaset e sviluppato una forte presenza social su tutte le piattaforme (Facebook, Youtube, Instagram, TikTok, Twitter e Pinterest)Oggi il brand ha 20 profili social con una fanbase anche internazionale che globalmente conta 37 milioni di follower ed ha attivato numerose collaborazioni con food influencer e creator. Dal 2016 Giallozafferano fa parte del Gruppo Mondadori

Ad Agosto intanto la notizia dell’uscita pubblica del blog a marchio Torre del Gusto con l’ augurio di un positivo riscontro.

La tradizione monastica della coltivazione di piante officinali

di Placido Salamone

Fin dalla loro creazione i monasteri sono stati non soltanto luoghi di preghiera e meditazione, ma anche di operosità e accoglienza. Oltre a radunare uomini dediti all’ascesi e alla contemplazione divina, infatti, spesso offrivano un rifugio temporaneo ai tanti pellegrini e ai viaggiatori di passaggio.

Per questo motivo al loro interno si organizzarono centri di assistenza medica, ospizi e ricoveri che inizialmente furono riservati ai pazienti interni al convento, ma che con il tempo si aprirono a utenti esterni rappresentati da poveri, bisognosi e malati.

Poco per volta ospitalità monastica e attività ospedaliera vengono quasi a coincidere: non a caso i termini “ospizio” e “ospedale” provengono dalla stessa radice latina hospes, “ospite”.

All’interno di queste strutture diventa così necessaria la presenza di figure specializzate in grado di preparare medicamenti naturali destinati a curare disturbi più o meno gravi. Queste persone ricevono gran parte della loro formazione dai confratelli che li hanno preceduti, ma si dedicano anche, più o meno autonomamente, allo studio di testi classici sulle piante officinali e sulla medicina, che spesso sono i monaci stessi a tradurre dal greco o dall’arabo.

Le opere più apprezzate e conosciute sono quelle di Ippocrate e soprattutto di Galeno. Il primo, considerato il fondatore della medicina scientifica in Grecia, è sicuramente il medico più famoso della sua epoca. Disponiamo di pochissimi dati certi su di lui, ma gli viene attribuito un corpus di circa settanta testi composti fra gli ultimi decenni del V secolo a.C. e la prima parte del IV.

È greco anche Galeno di Pergamo (129-201 d.C. circa), molto stimato per la sua razionalità e il legame con la logica aristotelica, che con la sua visione ha dominato la scena della filosofia e della scienza occidentali per tredici secoli, fino al Rinascimento. Dal suo nome deriva la galenica, cioè l’arte del farmacista di preparare i farmaci nel suo laboratorio. Nei secoli X e XI è particolarmente noto il suo trattato De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus; sono molto conosciuti e apprezzati anche quello di Dioscoride Pedanio [1], De Materia Medica, l’anonimo Medicina Plinii e il De viribus herbarum di Oddone di Meung, La capacità degli studiosi e dei religiosi di servirsi di fonti storiche e di culture antiche di vari tipi e origini porterà anche all’istituzione della famosissima Scuola Salernitana, fondata nel IX secolo, che riceve dai monaci un contributo decisivo anche grazie all’opera di Alfano (1015/1020 – 1085), frate di Montecassino, medico e importante esponente della prima e più importante istituzione medica europea nel Medioevo, considerata da molti l’antesignana delle moderne università.

IL GIARDINO DEI SEMPLICI

Già nel VI secolo la Regola di san Benedetto prevede la presenza in ogni monastero di un infirmarius, un monaco «pieno di amore di Dio, attento e premuroso» destinato alla cura dei malati. È lui che distribuisce bevande, elettuari, medicine e gli altri rimedi che la scienza del tempo mette a disposizione, gestisce l’infermeria mantenendo acceso il fuoco e curando l’illuminazione notturna e provvede con pazienza alle richieste dei confratelli indisposti.

Un altro compito di grandissima importanza che gli è affidato è la coltivazione delle erbe medicinali (simplicia medicamenta) in un orto botanico, che viene chiamato hortus sanitatis o “giardino dei semplici”. In alcuni casi, invece, questa incombenza spetta a un frate giardiniere che lo supporta in questa attività.

Uno di questi giardini viene descritto nei dettagli in un’antica pergamena di origine medievale: vi sono presenti sedici diverse specie vegetali (fra cui rosa, cumino, giglio, salvia e rosmarino) che spesso sono scelte e coltivate non solo per la loro utilità, ma anche per il loro valore simbolico.

Pur avendo un’origine puramente utilitaristica, infatti, questo luogo assume anche una valenza religiosa. Considerato un emblema del paradiso e quindi privo di peccato, è contrapposto al bosco, popolato dalle fiere selvatiche e immagine del male. Un altro elemento essenziale al suo interno, naturalmente, è l’acqua.

Lo spazio riservato alla coltivazione delle piante medicinali fa parte del più ampio hortus conclusus (cioè “recintato”), il tipico giardino medievale annesso ai conventi, ai castelli e talvolta anche ai palazzi dei nobili. La Regola benedettina stabilisce la presenza in ogni abbazia di un’area specifica suddivisa in frutteto, giardino con piante ornamentali e due orti: uno destinato alla coltivazione delle piante commestibili per la mensa dei frati, e l’altro riservato alle erbe officinali.

I monaci, gli eremiti e gli anacoreti seguono una dieta prevalentemente vegetariana e quindi sono naturalmente portati a interessarsi di vegetali, di cui sperimentano direttamente le proprietà terapiche. Non si limitano però a coltivarli, ma raccolgono anche quelli che crescono spontaneamente intorno al monastero e poco per volta acquisiscono una vasta conoscenza dell’ambiente naturale e delle risorse che offre.

Ovviamente i prodotti della terra vengono usati in cucina, ma in parte riforniscono anche la farmacia interna al monastero, dove sono preparati i rimedi naturali destinati ai malati. Qui inizialmente sono radunati alcuni mortai, qualche alambicco e una quantità limitata di piante medicinali, ma con il passare del tempo sorgono quelle che vengono chiamate “spezierie”, laboratori sempre più specializzati e dotati di molti strumenti di lavoro.

I religiosi e gli addetti alla preparazione di medicamenti acquisiscono sempre più conoscenze e capacità e man mano che i preparati riscuotono successo, la loro fama si diffonde anche all’esterno, tra gli abitanti dei paesi che sorgono nelle vicinanze del monastero. Questi cominciano a consultarli per ottenere diagnosi e cure contro vari tipi di malattie, anche se nutrono un po’ di timore nei confronti dei frati, che ritengono quasi simili a maghi o stregoni.

I servizi “medici” vengono forniti gratuitamente ai bisognosi e forse anche per questo motivo ben presto l’attività inizia a essere ostacolata. Le critiche non arrivano tanto da chi non si fida della competenza scientifica dei monaci, ma da chi, svolgendo la medesima professione negli ambienti urbani, non sopporta una concorrenza che viene ritenuta sleale.

Oltretutto i conventi non solo ricevono lasciti e donazioni che ne aumentano in maniera spropositata i patrimoni, ma sono anche esentati dal pagamento di imposte e tributi.

Sono soprattutto gli speziali, antenati degli odierni farmacisti associati in corporazioni, che chiedono insistentemente di impedire ai consacrati l’esercizio della professione medica al di fuori dei conventi. Non si accontentano nemmeno delle disposizioni ecclesiastiche, che stabiliscono che il servizio prestato all’esterno debba essere gratuito e svolto amore Dei erga omnes [2]. Gli affari dei laici risultano intralciati proprio dalla gratuità di questa attività.

Uno dei motivi che spinge la Chiesa a limitare comunque le uscite dei monaci per curare i pazienti è anche il fatto che quelli che intraprendono gli studi di medicina spesso sono portati a trasferirsi in città. Anche per questa ragione si susseguono varie ordinanze contro l’esercizio di questa arte da parte dei consacrati: il Concilio di Reims (1131), di Roma (1139 e 1215), di Tours (1163), i decreti pontifici del 1227 e 1268, le decretali di Alessandro III (1180) e di Onorio III (1219) operano in tal senso.

Inizialmente è anche presente un’opposizione interna: i Francescani e i Cistercensi si dichiarano contro i Benedettini e le loro attività in campo medico. Questi ultimi, però, ormai hanno creato centri così potenti da riuscire a evitare le scomuniche sinodali.

In realtà, fin dal 1292 gli stessi Francescani avevano autorizzato alcuni confratelli a seguire corsi di medicina a Parigi.

LE SPEZIERIE

Nell’alto Medioevo sono soltanto i Benedettini a ospitare nei loro monasteri una spezieria aperta al pubblico, ma ben presto sono seguiti da Domenicani, Francescani, Certosini, Cappuccini, Camaldolesi, Carmelitani e Gesuiti. A un certo punto, addirittura, proprio grazie alle ampie conoscenze medico-fitoterapiche acquisite dai monaci viene ritenuto opportuno affidare agli ordini religiosi anche la gestione degli ospedali e degli ospizi esterni alla struttura religiosa.

Il concetto di pharmacia nasce quindi proprio all’interno dei conventi; il termine indica il luogo preposto alla vendita esclusiva di prodotti medicamentosi, che diventerà il modello anche per le farmacie “laiche”. I documenti relativi ai monasteri attivi tra il XVII e il XVIII secolo attestano praticamente ovunque la presenza di spezierie e orti dei semplici.

Con il passare degli anni, però, la figura del monaco speziale subisce una trasformazione: mentre in una prima fase ha il compito di preparare i rimedi ordinati dal medico, successivamente opera piuttosto come responsabile della sorveglianza e dell’amministrazione della farmacia monastica. La realizzazione dei medicinali viene infatti affidata a figure esterne stipendiate dalla comunità, che spesso però hanno l’obbligo di risiedere all’Interno.

Per esempio, la spezieria del monastero di San Pietro a Modena è affidata nel 1610 a un professionista secolare che viene pagato 50 ducati l’anno, ma che è obbligato a rispettare una speciale clausola inserita nel contratto: mentre svolge la sua attività dev’essere assistito da un frate delegato dall’abate. Inoltre tutti i prodotti devono essere venduti a un prezzo minore di quello praticato all’esterno e distribuiti gratuitamente ai frati e ai poveri.

Un’altra situazione particolare è quella della Francia del Cinquecento: in questo Paese i religiosi, giuridicamente, non possono gestire la spezieria e fornire prodotti a un’utenza esterna senza essere iscritti alla relativa corporazione di mestiere, che ha il compito di seguirli e tenerli sotto controllo. In pratica poi continuano a rifiutare tali restrizioni e infatti molti si lamentano della loro concorrenza sleale. Questa situazione è ancora tale poco prima della Rivoluzione del 1789, che mette all’asta tutte le farmacie conventuali.

Esistono molte farmacie monastiche che continuano a svolgere la loro attività ancora oggi. Oltre a quelle citate di seguito insieme ad alcuni prodotti realizzati al loro interno, sono rinomate quella di Trisulti, la Certosa di Pavia e di Firenze, Montecassino e molte altre.

Alle spalle del convento dei padri cappuccini del Santissimo Redentore di Venezia, fondato nella Giudecca nel 1576, è ancora presente l’antico orto affacciato sulla laguna in cui venivano (e vengono) coltivati ulivi e viti, alberi da frutto, ortaggi ed erbe aromatiche. La spezieria, rimasta pressoché intatta, è rimasta attiva fino al 1956.

All’interno delle mura della città vecchia di Dubrovnik (Croazia), dentro l’antico monastero francescano, è ancora possibile visitare la vecchia farmacia fondata nel 1317, inizialmente riservata ai frati e successivamente diventata pubblica. Nei suoi locali sono conservati libri molto preziosi di farmacologia e medicina, centinaia di ricette mediche e strumenti risalenti al XV secolo. È ancora in funzione e continua a proporre alcune preparazioni realizzate secondo le antiche ricette.

L’antica spezieria di Santa Maria Novella a Firenze è ritenuta la farmacia storica più antica di tutta Europa. Già nel 1381, infatti, i Domenicani vendevano l’”acqua di rose”, un rimedio che veniva usato come disinfettante soprattutto nei periodi di epidemie. I frati coltivavano le piante medicamentose in un orto attiguo, distillavano erbe e fiori, preparavano essenze, elisir, pomate, balsami e rifornivano la vicina Farmacia di San Marco, fondata e gestita dallo stesso Ordine, i cui prodotti erano esportati addirittura nelle Indie e in Cina. Accanto alla struttura sorge una cappella, che era situata in quella posizione per permettere agli infermi di seguire la santa messa rimanendo sdraiati nel letto. Oggi svolge essenzialmente la funzione di profumeria ed erboristeria e conserva al suo interno una notevole collezione di materiale scientifico (termometri, mortai, bilance, misurini).

Nel 1705 nasce a Cagliari la prima farmacia dei padri cappuccini presso la chiesa di Sant’Antonio di Padova sul colle del Buoncammino, che naturalmente disponeva di uno spazio riservato alla coltura di erbe officinali. Il suo scopo era provvedere anzitutto alle necessità interne dell’infermeria conventuale; pare infatti che in seguito all’utilizzo di alcune medicine guaste somministrate da farmacisti laici, molti frati fossero morti o rimasti invalidi. Oltre a questo, però, provvedeva anche ai bisogni della popolazione. La sua direzione venne affidata a padre Geremia da Amalfi, che fece fabbricare il vasellame con il proprio nome e l’effigie di san Francesco con le stimmate. In seguito alla soppressione degli ordini religiosi, anche i Cappuccini dovettero lasciare il convento e si rifugiarono in via Giardini, dove continuarono l’attività farmaceutica. Nel 1907 tornarono alla chiesa del Buoncammino, dove venne costruito un nuovo convento. La farmacia, riattivata solo nel 1957, si occupò della distribuzione dei farmaci gratuiti ai poveri fino alla sua chiusura, nel 1989.

Anche nei monasteri femminili esiste la figura della “speziala” o “aromataria”, i cui doveri sono addirittura specificati in alcuni manuali per confessori. A Padova, per esempio, nel 1769 sono presenti venti conventi femminili dotati di altrettante spezierie.

Le conoscenze delle religiose in ambito medico-scientifico sono testimoniate dalla presenza, nelle biblioteche interne, di libri e manoscritti che trattano di questi argomenti.

È ben documentata, ad esempio, l’attività in campo farmaceutico delle religiose bolognesi: quelle del Corpus Domini erano famose per il loro cerotto e l'”elettuario di Calybes”, quelle di San Pietro Martire per l’unguento alle rose”, quelle di San Gervasio per il “vino di ciliege” e quelle di San Lorenzo per l’”estratto di cappone”.

Fra il Sei e il Settecento, inoltre, le monache producono anche medicamenti seguendo le prescrizioni di ricette mediche, in diretta concorrenza con le botteghe degli speziali.

In alcuni monasteri si svolgono addirittura corsi sulle scienze farmaceutiche: già nel 1309 nella sede dei Domenicani di Montpellier una sessantina di frati insegna fitoterapia ai confratelli provenienti da altri conventi.

A Vallombrosa, accanto alla famosa spezieria presente dal 1689 nasce una scuola di botanica frequentata da illustri naturalisti, tra cui l’abate Virgilio Falugi (1626-1707), una delle grandi figure della storia botanica italiana, autore delle Prosopopoeiae botanicae.

La perdita delle dotazioni delle farmacie conventuali italiane è dovuta in gran parte alla soppressione napoleonica degli ordini religiosi del 1810, disposizione confermata dallo Stato unitario (1866). A volte, per sottrarsi all’incameramento, i frati affidano le loro risorse migliori a famiglie compiacenti, sperando di poter continuare in qualche modo la loro attività.

GLI ERBARI MONASTICI

«Se le particolari esigenze del luogo o la povertà costringono i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non si rattristino. Allora sono veri monaci, quando vivono del lavoro delle loro mani» (48,7-8). Così scrive san Benedetto da Norcia nel 534 nella sua Regola, invitando a rispettare il famoso principio dell'”Ora et labora”. In questo modo, indirettamente, dà anche un forte impulso all’attività dei religiosi addetti alla coltivazione delle piante officinali destinate alla spezieria del monastero.

Oltre che della produzione di rimedi naturali, spesso i monaci si occupano personalmente anche della classificazione delle varie piante, creando erbari riccamente illustrati di cui sono rimaste alcune copie conservate in diverse biblioteche. Si tratta di una particolare categoria di libri che contiene campioni di erbe schiacciate ed essiccate, soprattutto medicinali, con brevi descrizioni delle loro caratteristiche e delle loro virtù. A partire dal Quattrocento questi testi cominciano a essere dotati di disegni anche molto dettagliati.

Erbario è anche il nome assegnato al locale in cui vengono conservate e manipolate erbe e foglie, radici e bacche dalle proprietà curative raccolte nei campi o coltivate nell’hortus botanicus del convento. Una volta essiccate, sono custodite nell’armarium pigmentariorum, un armadio dalla struttura robusta e vietato ai “profani”, chiuso in modo tale da non lasciar filtrare troppa aria e soprattutto luce, per mantenere inalterate le proprietà terapeutiche delle varie specie.

Accanto alle attività agricole e alla preparazione di medicamenti, quindi, molti religiosi si impegnano con assiduità ad approfondire le conoscenze in campo botanico producendo una serie di opere molto interessanti dal punto di vista storico e scientifico.

Evangelista Quattrami, frate agostiniano, trascorre gran parte della sua vita in giro per l’Italia a raccogliere piante medicinali. Studia botanica e teologia a Roma, dove diventa discepolo del Collegio dei medici della città, ma continua per molti anni a coltivare erbe e a distillarle. Nel 1586 scrive un testo sulla peste, con l’intento di preservare i confratelli dal contagio, e nel 1597 un trattato sulla teriaca, una sorta di antidoto universale molto in voga sino al XVIII secolo.

Anche molti Francescani si dedicano agli studi e alla scrittura: Gregorio da Padova, naturalista e speziale, redige nel 1663 una farmacopea manoscritta ricchissima di quelli che definisce «sperimenti segreti» e Donato da Roccadevrando, speziale del convento di Forniello, si occupa di alchimia e scrive testi sull’arte distillatoria.

I membri di questo Ordine, poi, si specializzano in modo particolare nella creazione di erbari. Uno dei più importanti è quello di fra Fortunato da Rovigo, nato nel 1638, che arriva nel convento di Padova come aiuto infermiere ed è allievo di Gregorio da Padova, dal quale apprende il segreto della preparazione di una miracolosa panacea, detta “polvere dell’Algarotto”. Studia botanica, inizia una corrispondenza epistolare con studiosi italiani e stranieri e ne conosce personalmente un gran numero.

Trasferitosi a Verona, comincia la redazione di un erbario, che completa recandosi più volte sul Monte Baldo, famoso in quell’epoca per la ricchezza della sua flora. Inoltre coltiva personalmente le specie più interessanti in un orto vicino al convento. La sua raccolta si arricchisce di preziosi esemplari grazie a molti confratelli missionari che gli inviano o gli portano piante e semi da ogni parte del mondo.

In seguito riassumerà i risultati delle sue ricerche in un primo testo in sei volumi, Tavola di Montebaldo fiorito (1690), purtroppo andato perduto, di cui rimangono solo le prime 54 carte.

Il primo tomo era forse la bozza di un’opera più vasta che Fortunato compone subito dopo e che doveva comprendere sette volumi in-folio. Riesce a completarne soltanto sei, mentre il settimo viene ultimato dal suo allievo, fra Petronio da Verona, che ne aggiunge un ottavo utilizzando il copioso materiale già raccolto dal maestro, ne redige un nono di indici e note e abbellisce il primo e l’ultimo di acquerelli e disegni a penna. L’opera, dal titolo Theatrum Plantarum, è rimasta manoscritta ed è conservata nel Museo di Storia naturale di Verona.

Come si legge nelle ultime pagine, prima di redigere il suo erbario Fortunato aveva consultato le opere di ben 348 naturalisti, riportando sotto ogni esemplare il nome di chi l’aveva descritto per primo.

L’autore è estremamente preciso e dimostra una grande competenza: le piante presenti sono addirittura 2.352 e ognuna viene esaminata e studiata in modo da evidenziarne tutte le parti utili a identificarla.

Un altro erbario molto interessante è quello del francescano minore Carlo Francesco Berta, nato nel 1722 e ordinato sacerdote con il nome di fra Zaccaria, botanico e naturalista di gran fama, tanto da essere chiamato a insegnare alla cattedra di botanica di Ferrara. Da buon speziale, cura l’orto del convento ed esercita la sua attività fino all’età di ottantotto anni.

Lascerà alla biblioteca del Collegio Alberoni di Piacenza tutti i testi che aveva riunito durante la sua vita, tra cui un volume composto dallo stesso frate con 148 tavole a colori raffiguranti specie autoctone ma soprattutto esotiche e un famoso erbario con tavole del Morandi, pittore e naturalista milanese e iconografo dell’orto botanico di Torino.

È francescano anche padre Giuseppe di Massa Ducale, farmacista speziale dell’Arcifarmacia dell’Aracoeli a Roma, che nel 1738 crea un erbario contenente oltre quattrocento piante officinali. Nella sua introduzione leggiamo:

Herbis, non verbis fiunt medicamina vitae.

Herbis, non verbis curantur corporis artus.

Herbis, non verbis fiunt unguenta saluti.

Herbis, non verbis redeunt in corpora vires. [3]

Oltre che dedicarsi alla redazione di erbari, i religiosi scrivono anche testi sull’esercizio pratico dell’arte medica e farmaceutica. A Venezia, nella famosa farmacia conventuale dei Cappuccini della Giudecca, sul finire del Cinquecento fra Francesco del Bosco da Valdobbiadene, detto il Castagnaro (1564-1640), entrato in convento del tutto illetterato, si appassiona talmente all’attività che svolge da scrivere La pratica dell’infermiero. Diviso in sei trattati, il libro contiene la descrizione sommaria delle malattie con i relativi rimedi, come radici purganti, fiori, frutti, alberi, lacrime, grassi, acqua, vini, sciroppi, elettuari, pillole, succhi, bagni artificiali, estratti, essenze, sali e molto altro. Il testo ottiene un buon successo e viene ristampato più volte.

Molto interessante risulta un’altra opera, composta anch’essa da un francescano, che illustra molto dettagliatamente le attività dell’addetto alla preparazione di medicamenti. Nel 1679 fra Francesco Sirena pubblica a Pavia L’arte dello speziale, in cui evidenzia quanto sia importante la formazione per chi si dedica all’arte farmaceutica. Insiste poi sul fatto che lo speziale debba mettersi al servizio del medico, che per sua natura non ha competenze né pratiche né manuali per preparare i rimedi e deve quindi rivolgersi a chi è più esperto di lui.

Il suo testo, quindi, è tutto centrato sul “fare” più che sulla teoria e per questo utilizza uno stile poco elevato ma facilmente comprensibile, ricorrendo quando necessario anche a termini dialettali. Ripete gli stessi avvertimenti più volte e chiarisce che tutto quello che scrive è stato ampiamente sperimentato ed è quindi degno di fiducia: seguendo le raccomandazioni proposte sarà possibile realizzare composti efficaci, ma sempre uguali per colore, odore e sapore. I prodotti secondo l’autore devono risultare belli e buoni: questo è il compito dello speziale e quello che tutti si aspettano da lui.

L’opera comprende ben 1.216 ricette suddivise in sedici capitoli; nel testo vengono riportati nel dettaglio i vari processi di preparazione e gli strumenti di lavoro da utilizzare. Alambicchi, vasi, distillazione, succhi di erbe, sciroppi, decotti, infusi, polveri medicamentose, oli, unguenti e cerotti medicati sono solo alcuni degli argomenti trattati.

Tra le curiosità troviamo la descrizione dei “troscici [4] di vipera”, realizzati con la carne di questo serpente, da cui si ricava un decotto che viene poi mescolato con del pane grattugiato. Per la preparazione occorre trovare un esemplare femmina, catturarlo possibilmente nel mese di maggio in luoghi montuosi, ucciderlo, e poi togliergli la pelle e le interiora lavando tutto con il vino bianco.

Un altro preparato piuttosto particolare è l’”olio volpino”, realizzato cuocendo una volpe intera senza le interiora in acqua e olio, con aggiunta di timo e aneto. Il tutto viene poi colato per ricavarne un olio, di cui però il Serena non indica né le proprietà, né l’uso consigliato.

La ricchezza delle voci trattate, la minuziosità delle descrizioni di procedure e metodologie e le innumerevoli fonti citate dall’autore fanno pensare che L’arte dello speziale sia stato un manuale indispensabile per molti farmacisti dell’epoca.


Estratto dall’introduzione al libro “La farmacia di Dio: Antichi rimedi per la salute, il buon umore, la bellezza e la longevità dalla tradizione monastica e francescana”, Anna Maria Foli, Edizioni Terra Santa 2021

DA CASTEL DI LUCIO A CASA SANREMO

Grazie al pizzaiolo Marco Nicolosi ed alla sua “pizza catelluccese” i sapori della Valle dell’ Halaesa approdano a Casa Sanremo

di Letizia Passarello

Marco Nicolosi, 40 anni, sposato, padre di due bambine di 7 e 3 anni, proprietario del ristorante Onda Blu di Castel Di Tusa, è stato scelto dal noto maestro pizzaiolo Enzo Pidimonte per far parte del team dei 40 esperti pizzaioli che porteranno le loro specialità a “Casa Sanremo”. Raggiunto da noi al telefono non ha potuto nascondere la sua emozione per questa nuova avventura che si accinge a vivere. L’obiettivo primario di Marco Nicolosi è quello di far conoscere e valorizzare il territorio da cui proviene, in particolare Castel di Lucio, in provincia di Messina, suo paese di origine e il borgo marinaro di Castel di Tusa che lo ha “adottato”, negli anni. Un connubio di mare e montagna che si rispecchia nella sua cucina rispettosa di una tradizione.

Marco Nicolosi

Lo farà attraverso la proposta gastronomica della pizza alla Castelluccese. Si tratta di una pizza condita con pomodoro, mozzarella, caciocavallo castelluccese di media stagionatura e salsiccia di suino nero dei Nebrodi, il tutto su una base friabile realizzata con grani antichi e lievitata secondo antichi metodi tradizionali. Interessante soprattutto l’introduzione della la salsiccia siciliana realazzata con carne a punta di coltello, condita con sale e pepe e aromatizzandola con del finocchietto selvatico di montagna. Per realizzare la carne a punta di coltello vengono miscelate le parti più nobili del suino, come i filetti e la lonza, dopo aver eliminato qualunque traccia di cartilagine. Una volta fatta passare nella caratteristica piastra ad 8 buchi i dadini, oltre a sale, pepe e finocchietto, possono essere saltati assieme ad altri ingredienti come provola, semi di finocchio, pomodoro, prezzemolo e mozzarella.

salsiccia siciliana

Ancora più interessante l’impiego del Caciocavallo di Castel di Lucio alias Provola dei Nebrodi è un caciocavallo a pasta filata prodotto con latte vaccino crudo e caglio d’agnello o di capretto. Un prodotto a marchio DOP (Denominazione d’Origine Protetta) della tradizione nebroidea.

La provola dei Nebrodi

Il maestro pizzaiolo Marco Nicolosi, si è rivelato da subito una persona di grande umiltà, cosa che lo rende un gigante. “Ho inviato il curriculum senza troppe speranze – ha, infatti, affermato – ma sono stato scelto grazie alla guida Restaurant Guru, anche per le ottime recensioni che vanta il ristorante Onda Blu”. Nicolosi, già a 13 anni aveva le idee chiare, diventare un pizzaiolo professionista e per questo non si è fermato davanti a nessuna difficoltà. Ha iniziato in sala come cameriere nei ristoranti di Castel di Tusa, per poi passare in cucina come aiuto cuoco ed infine coronare il suo sogno di diventare pizzaiolo. Da quattro anni è proprietario insieme alla moglie di “Onda Blu” caratteristico locale nel cuore del borgo marinaro di Castel di Tusa , apprezzato per la qualità della cucina e per l’accoglienza dei proprietari. 

Federica Driusso,una Miss a passeggio sui Nebrodi tra panorami mozzafiato e delizie gastronomiche.

Da Missi Venice Beach del 2016 e Miss Sorriso Veneto per Miss Italia nel 2018, a modella , presentatrice ed influecer con tanti progetti in cantiere

di Letizia Passarello

Federica Driusso, giovane e promettente coordinatrice del concorso miss Venice Beach, reduce da una tre giorni passata tra Cefalù e i Nebrodi occidentali, racconta del suo viaggio, non senza un tocco di nostalgia e con addosso la voglia di tornare, già al più presto. Modella, presentatrice, speaker ed influencer di successo, la Driusso poco più che ventenne, ha già le idee chiare sul suo futuro. Nella intervista che ci ha rillasciato ne parla con molta enfasi. “Nei progetti futuri  – afferma -continuare e specializzarmi con un master post laurea, che avverrà a brevissimo in quanto mi manca solo l’esame di Cinese e la tesi sull’intermediazione interculturale per raggiungere il traguardo della laurea triennale. Adoro viaggiare: negli ultimi due anni sono stata a Berlino per degli shootings e poi a Londra per la fiera dell’intrattenimento IAPA.

Nel corso della mia carriera, anche se giovanissima, ho presentato eventi televisivi. Mi appassonano la moda le sfilate ma soprattutto la conduzione televisiva. Mi piacerebbe anche lavorare in una azienda che si occupa di commercio con l’Estero”. Federica Driusso studia Lingue e Culture per il Commercio internazionale, specializzandosi in inglese e cinese. Dal 2019 è diventata la Talent Scout, cioè ricerca nuovi talenti, modelle cantanti o fotografi  per il concorso miss Venice Beach. Ancora nel 2019 è stata chiamata dalla nota azienda di gioielli Amen, che era sponsor dell’evento, ad indossare per loro l’ultima collezione di preziosi. Tutt’ora c’è la sua gigantografia sul negozio di Amen alla stazione centrale di Milano. “La mia esperienza inizia nel 2016 – continua Federica Driusso – quando ho vinto Miss Venice beach, concorso che adesso coordino, insieme ad Elisa Bagordo, da qui il mio trampolino di lancio verso  la carriera da modella: ho fatto sfliate con molti stilisti ad esempio Antonio Martino, indossando un vestito di Simona Molinari. Sempre nel 2019 ho indossato i vestiti degli stilisti nel programma “Detto Fatto”, condotto da Bianca Guaccero su Rai 2. A 20 anni avevo già un importante percorso alle spalle, anche da conduttrice radiofonica con una esperienza da co conduttrice per un programma sportivo su Caffè Sport, dove leggevo i risultati sportivi. Poi ho lavorato per Verde a Nord Est, facendo le interviste e per Venezia Channel in cui mi sono occupata di ripartenza post covid. Per radio Wellness, dove hanno introdotto una pagina per i giovani e avevo una mia rubrica denominata Fole, ogni venerdi parlavo delle novità per i giovani sui social”.Nel 2018 l’esperienza di miss Italia, dove raggiunge le finali con  il titolo di miss Sorriso Veneto. Sempre nel 2016 ha partecipato a Miss Diadora, andando in finale nell’Arena di Verona, classificandosi quarta su 250 partecipanti. Dal 2020 in poi ha cominciato a presentare eventi dal vivo, inizialmente con Il cantaElba e successivamente all’inizio della mostra del Cinema di Venezia con una presentazione di un libro che ha preceduto una sua sfilata sul red carpet. Da non dimenticare il premio Different nel 2021, e varie fiere con Vini, come testimonial per la Fioravanti Onesti vini per far conoscere il prosecco doc. ” Facevo vedere sui social questi eventi e ho rilevato che la gente si interessava molto – conclude la splendida modella –  e ben presto ho raggiunto sul web i 10.000 followers, sono diventata quindi influencer a tutti gli effetti. A Cefalù, la Driusso, è stata ospitata negli appartamenti Albatros e il primo giorno dopo un  corroborante bagno in mare, tappa obbligatoria le degustazioni delle eccellenze culinarie siciliane, iniziando con gli arancini di Sfrigola, “abbiamo assaggiato l’arancino con salsiccia e vino rosso, uno caprese, con pomodoro e mozzarella messi sopra e boscaiola con prosciutto e funghi: sono arancini realizzati al momento ai tantissimi gusti croccantissimi, ho anche assaggiato i cannoli siciliani con fondo al pistacchio”. Il secondo giorno, l’organizzatore della “vacanza – lavoro”, Calogero Galati, ha fatto da guida in un giro attraverso i vicoli della medievale Cefalù e verso  San Mauro Castelverde, dove la modella veneta, ha potuto fare una esperienza di volo d’angelo sulla Zipline.

Nel pomeriggio la visita si è conclusa alla Fiumara d’Arte, iniziando dalla Piramide, in territorio di Motta d’Affermo. Le opere raggiunte sono state tre nel noto museo all’aperto, oltre alla Piramide, “l’Energia mediterranea” e la “Materia poteva non esserci”.  La sera, l’ospite, è stata invitata  sulla torre del Castello di San Giorgio a Castel di Tusa, di proprietà della famiglia Salamone, per un aperitivo a base dei deliziosi prodotti della Casaleni natural bio, in un’atmosfera da fiaba.  La Casaleni Natural Bio di proprietà dell’imprenditore Placido Salamone, da diversi anni si occupa di recuperare anche antiche ricette tipiche del territorio siciliano, proponendole ad un pubblico di estimatori dell’enogastronomia. Tra le leccornie i patè di carciofi, di cardi selvatici, di asparagi selvatici, il sugo pronto alla Masticogna, che è una pianta spontanea dei Nebrodi dal sapore dolce che si può utilizzare sia per condire la paste che per accompagnare secondi di carne.  Una tre giorni ad Ottobre, quindi, per Federica Driusso, per un momento promozionale in Sicilia, ospite di Galatravel Viaggi di Calogero Galati in collaborazione con la Casaleni Natural bio. Dalla visita ne scaturirà una collaborazione per un lancio di prodotti gastronomici nei mercati del nord Italia. 

LE SAGRE STORICHE DELLA VALLE DELL’HALAESA

Di Letizia Passarello

Esplorare il mondo delle sagre rappresenta un’ottima chiave di lettura per conoscere nel profondo il territorio e costituisce indubbiamente un viaggio affascinante che conserva in certi casi i tratti della sacralità. Del resto la stessa parola “sagra” deriva dal latino “sacrum”, sacro. Nell’antica Roma esistevano diverse celebrazioni dedicate alle divinità, con processioni seguite da banchetti ai quali prendeva parte tutta la cittadinanza. Da quel significato originario si è sviluppato nel tempo il concetto odierno di sagra. Con l’avvento del Cristianesimo alcune festività sono state riconvertite, dedicate ai santi. Altre invece hanno assunto connotazioni ispirate dalla vita contadina: ad esempio la celebrazione del raccolto, o della bella stagione. Da queste usanze sono nate le sagre legate ai tanti prodotti tipici delle regioni italiane, oggi numerose e amate anche dai più raffinati gourmet e dove spesso i protagonisti sono prodotti caratteristici del territorio.

Queste manifestazioni rappresentano anche un’occasione per ammirare le bellezze architettoniche e paesaggistiche del territorio. Possono portare i turisti a scoprire località di grande interesse, ricche di scorci tipici dove il tempo sembra essersi fermato.

In questa puntata vogliamo portarvi alla scoperta dI alcune sagre tra le più rappresentative della Valle dell’Halaesa. Appuntamenti importanti di comunità ricche di storia e tradizioni che catalizzano ogni anno centinaia di visitatori.

06 agosto – Sagra del Pesce di Castel di Tusa

La tradizione orale della Sagra del Pesce risale agli inizi del secolo scorso e narra di una tempesta di mare che costrinse alcuni pescatori in difficoltà ad esse soccorsi e rifocillati dagli abitanti di Castel Di Tusa, tramite l’offerta di sarde arrostite. Da allora, ogni anno, nella prima decade di Agosto, viene rinnovato questo evento, offrendo il pesce accompagnato da un buon bicchiere di vino ai numerosi turisti e villeggianti presenti.

 Castel di Tusa, legata all’ antichissimo porto, per secoli luogo di transito di merci, sviluppa una tradizione marinara nel XVIII° sec, quando cioè inizia a costituirsi una comunità stanziale legata all’ economia della pesca e sempre a partire da questo periodo la tradizione peschereccia è citata in molti testi e particolarmente legata alla pesca e salatura delle sarde inizialmente compiuta da compagnie di Cefalù e Termini e successivamente da una marineria ed imprenditoria locale, che renderà rinomata la sarda di Tusa fino alla metà del XX con l’ esportazione nei  mercati nazionali ed esteri.

Oggi Castel di Tusa, dominata dal trecentesco Castello di San Giorgio e dalla sua Rocca Grande è un borgo marinaro vocato al turismo balneare, Bandiera Blu da diversi anni grazie alla pulizia delle sue acque ed alla bellezza incontaminata della sua insenatura e sede del rinomato  Albergo Museo Atelier sul Mare.

10 agosto – Sagra dell’olio extravergine d’oliva di Tusa

Giunta alla sua ventiquattresima edizione La SAGRA DELL’OLIO d’oliva si è svolta ogni anno puntualmente il 10 di agosto. Di fatto nasce da un progetto maturato all’interno del circolo ARCI di TUSA, per far conoscere l’olio d’oliva extravergine locale e della Valle Alesina.

Un trionfo si sapori e di odori in un incontro di antiche ritualità che si uniscono ad un rinnovato senso della tradizione.

Bruschette condite con olio tusano ed arricchite con aromi vari, ottenuti da ricette segrete e il più delle volte tramandate oralmente

La sagra offre anche i gustosi ceci in brodo, sfinge e ciambelle, le verdure fritte in pastella con l’olio extra vergine d’oliva, accompagnate tutto da buon vino e musica dal vivo

Una tradizione olearia illustre quella di Tusa e di tutto il circondario, legata ad un territorio ad alta vocazione olivicola considerati migliaia di ulivi che coprono il litorale tirrenico e la dolce vallata dell’Halaeso. Qui la produzione e la commercializzazione dell’olio d’oliva è documentata fino dai tempi della Magna Grecia li dove un tempo sorgeva la famosa e potente città di Halaesa Anconidea. Nell’ antico porto di Halaesa edificato per volontà del senatore Claudio Pulcro confluivano giornalmente in gran quantità olio, vino e grano provenienti dal cuore della Sicilia e da tutto il circondario.

Anche successivamente la produzione dell’olio d’oliva continuò a costituire l’attività preminente e gli ulivi millenari che fino ad oggi sopravvivono alle insidie del tempo e degli uomini ne sono la testimonianza, rappresentando l’immenso patrimonio naturale di questo angolo di Sicilia.

Per secoli la produzione del l’olio d’oliva ha costituito il nerbo dell’economia delle grandi aziende e delle piccole proprietà contadine del territorio, grazie ad esso si svilupparono ed ingrandirono attività collaterali come la costruzione di giare in terracotte nella vicina Santo Stefano di Camastra. La giara stefanese aveva caratteristiche completamente diverse da altre giare prodotte in Sicilia ed in Italia.

Infatti grazie alla particolare composizione dell’argilla in cui vi è la presenza di sostanze carbogene non ben bilanciate con il ferro, potevano essere tirate al tornio in dimensioni maggiori rispetto alle altre sino a contenere quantitativi d’olio di 3-4.000 kg, peculiarità che rese la giara prodotto di punta di tutta la produzione stefanese.

Sarà con il XIX° Sec. che le prime grandi Compagnie commerciali come quella dei Fratelli Salamone di Mistretta cominciarono l’esportazione del l’olio d’oliva di Tusa e del territorio circostante. Con navi leggere e veloci, gli schooner, l’olio d’oliva insieme ad altre primizie solcò i Mar Tirreno per giungere nei porti italiani di Napoli e Genova e poi l’Oceano Atlantico fino al porto di Anversa .

Attraverso un graduale miglioramento della tecnica di raccolta e di spremitura oggi l’olio d’oliva di Tusa costituisce oggi un indiscutibile elemento di punta della produzione locale d’eccellenza. Dal sapore leggero ed colore giallo con riflessi verdognoli derivanti dalla due varietà predominanti, l’ogliarola messinese e la santagatese è un condimento ideale per tutti i tipi di cibo.

8-9 Agosto – Seccagno Day ( Festa del Limone in Seccagno di Pettineo)

La Festa del limone in seccagno costituisce un altro appuntamento storico da non perdere. Pettineo è un piccolo gioiello che racchiude storia, tradizione, cultura contadina, gastronomia. Situato alle falde del monte S. Cuono sui Nebrodi occidentali, si presenta come un caratteristico centro collinare delimitato dai fiumi Tusa e Santo Stefano. Autorevoli scrittori come il Fazello sostengono che Pettineo tra le sue origini dell’antichissima “Pythia”, una delle più ricche e famosa città della Sicilia. Fu feudo di Manfredi Maletta, nel secolo XII, poi passò sotto Federico II a Francesco Ventimiglia Conte di Geraci.

Una posizione geografica ottimale tra il mare azzurrissimo, limpido ricco di riflessi di Castel di Tusa ed i pascoli di montagna della vicina Castel di Lucio. Ed è qui infatti che da secoli si coltivano agrumi eccellentissimi . Parliamo cioè del limone in Seccagno

Il Limone in seccagno è un prodotto che ha delle doti peculiari rispetto ai comuni limoni. Ha una particolare fragranza e serbevolezza con caratteristiche organolettiche superiori a quelle di altra provenienza. Tale specialità nasce e cresce grazie alla natura del terreno e al particolare microclima. Viene chiamato “in seccagno” per via dello scarso apporto irriguo delle cure colturali che vengono eseguiti nel limoneto. Qui vengono inoltre utilizzati in maniera limitata i concimi minerali azotati. Questo tipo di limone è anche molto adatto ai lunghi tempi di trasporto, quindi ideale per essere commercializzato anche oltre i confini nazionalei

Da questo agrume nasce la famosa Granita tipica al limone la cui occasione migliore per assaporare è nella prima decade di agosto in occasione della “Festa del Limone in seccagno”, e a cui vengono  abbinati anche concorsi e corsi di cucina. Un atmosfera di festa in tutto il borgho medievale tra mostre e spettacoli folk .Un tradizione sostenuta dal Comune di Pettineo che ogni anno fa parlare il piccolo comune che conta centinaia di visitatori.

Del resto da anni Pettineo si muove per dare al suo prodotto principe un degno riconoscimento, cominciando anni fa con l’inserimento nell’elendo del Pat – Prodotto Agroalimentare Tradizionale della Sicilia e continuando quest’ anno con il riconoscimento della DE.CO( Denominazione Comunale. Un’alternativa percorribile ed appositamente ritagliata alla natura socio-economica del territorio poichè le De.Co. non entrano il collisione con il proverbiale carattere individualista delle aziende locali ma mirano affinchè il “prodotto territoriale” agroalimentare e/o enogastronomico acquisti un’identità sul mercato.

17 Agosto –  Sagra del Caciocavallo di Castel di Lucio

Castel di Lucio in Sicilia è un simpatico paesino posto sulla catena montuosa dei Nebrodi ricco di storia e tradizione. Anticamente dettO Castelluccio prende il nome dal medievale castelletto eretto nel ‘300 dai potenti Conti di Ventimiglia a cui si deve tradizionalmente la fondazione della cittadina. Inglobata per secoli all’interno della Contea nel XVII° sec. venne eletta a ducato passando sotto il controllo di diverse famiglie feudali. Oggi uno scrigno di testimonianze artistiche ed architettoniche in particolare di provenienza sacra.

Un profondo legame lega poi gli abitanti di Castel di Lucio alla pastorizia e nello special modo la bovinicoltura di cui gelosamente conservano gli antichi criteri di allevamento, maestri della produzione della tradizionale provola o cascavaddu.

La provola dei Nebrodi , da qualche anno riconosciuta a marchio DOP, è un caciocavallo prodotto con latte vaccino crudo e rientra nella categoria dei  formaggi a pasta filata . Deve il suo nome ai monti sui quali viene prodotta, secondo un antico procedimento tramandato di padre in figlio. La provola ha una crosta liscia e lucida, di colore giallo paglierino molto apprezzata, è utilizzata anche come ingrediente per piatti tipici della gastronomia siciliana.

Giunta alla 30° edizione la sagra del Caciocavallo dei Nebrodi si ripete puntualmente il 17 di agosto e continua ad attrarre a se continui visitatori. L’iniziativa promossa dal Comune di Castel di Lucio con l’ausilio di un team di volontari prevede da programma una dimostrazione di lavorazione del latte eseguita sapientemente dai maestri casari locali e successivamente una degustazione in corso di lavorazione della quagliata, della tuma e della ricotta ed ovviamente l’assaggio du cascavaddu sia fresco che stagionato con la variante della provola alla griglia. Il tutto tra l’animazione di gruppi folck e musica dal vivo

La bravura dei maestri casari si spinge spesso alla realizzazione di autentiche opere d’arte frutto di esperienza ed abilità innata. Questi piccoli capolavori di pasta filata detti “murriti” rappresentano un’altra attrazione della manifestazione e per tale occasione viene indetto un concorso giunto alla sua terza edizione appunto per  valorizzare il cacio figurato meglio realizzato.

Non c’è che dire! Una manifestazione di grande interesse! Non perdete l’occasione di visitare il paese ed assaggiare la provola dei Nebrodi.