IL BATTERIO KILLER XYLELLA FASTIDIOSA

Un approfondimento per comprendere le ultime frontiere della ricerca scientifica nella lotta al batterio e la reale possibilità o meno di contenimento dell’ infezione.

Cari lettori. Da tempo era in programma un approfondimento sul caso Xylella fastidiosa, soprattutto in un periodo in cui la lotta a questo patogeno sempre essersi assopita come del resto l’interesse dei media. Allora è arrivato il momento nel nostro piccolo di smuovere le acque e parlarvi in maniera più approfondita di questo patogeno che incombe come un pericolo mortale per l’agricoltura italiana.

Il batterio Xylella fastidiosa infatti  non è affatto debellato e tende più di prima a colpire molto spesso piante di interesse agricolo, la sua comparsa in tali piante è un duro colpo alla produzione agricola e all’economia che ne comporta.  Ma andiamo per ordine.

Cos’è cosa la Xilella Fastiosa?

La Xylella fastidiosa è un batterio non sporigeno gram-negativo appartenente alla famiglia delle Xanthomonadaceae. Non sporigeno significa che, per diffondersi, si annida in alcuni insetti vettori, i quali acquisiscono l’agente patogeno da una pianta infetta e lo trasferiscono nelle piante sane, infettando quest’ultime. Xylella fastidiosa colpisce più di 150 tipologie di piante, molte di queste sono piante a scopo agricolo e ornamentale, come ad esempio l’olivo, gli agrumi e la quercia, per cui si cerca costantemente una cura efficace. La Xylella si instaura e si moltiplica nello xilema delle piante, ovvero nei vasi conduttori, formando una sorta di gel che ostruisce l’intero apparato conduttore della pianta, impedendo un adeguato  e regolare flusso di acqua e sali minerale. Per questo motivo, una sottospecie di questo batterio è l’agente patogeno causante la malattia CDO o CoDiRO, ovvero “complesso del disseccamento rapido dell’olivo”. L’ olivo infatti è una delle piante maggiormente colpite dal batterio xylella fastidiosa, per cui ancora non si trova una cura efficace.

Sono state trovate 4 sottospecie di questo batterio che si distinguono tra di loro dal punto di vista genetico e anche per la tipologie di piante che attaccano:

  • Xylella fastidiosa fastidiosa: ceppi causanti della malattia di Pierce della vite, ceppi da alfalfa, mandorlo, acero.
  • Xylella sandyi: ceppi causanti la bruciatura delle foglie di oleando(ceppi da oleandro,)
  • Xylella Multiplex: ceppi causanti del mal del pennacchio del pesco, inoltre è anche responsabile di alcune malattie dell’olmo, del platano, del susino, del mandorlo, di alcuni alberi ornamentali, del fossile vivente Ginkgo in Giappone e del mirto crespo;
  • Xylella Pauca: ceppi causanti di una serie di malattie che colpiscono gli agrumi e le piante di caffè e anche responsabili del CoDiRO (già accennato prima).

Questo agente patogeno è particolarmente pericoloso e i danni non si manifestano immediatamente, posso volerci delle settimane o addirittura degli anni, quindi l’entità dei danni e il tempo dipendono alla tipologia di pianta colpita. Quando Xylella colpisce una pianta le conseguenze possono essere varie, una delle più diffuse è il dissecamento della bruscatura se non addirittura l’intera pianta, oppure ne limita l’accrescimento di nuovi germogli e rami, o, ancora, comporta all’imbrunimento di alcuni strati interni del legno, anche i più giovani.

Essendo un agente patogeno letale e quasi senza cura, è considerato patogeno da quarantena e la sua segnalazione porta all’immediata eradicazione delle piante colpite, influenzando, per l’appunto, in maniera totalmente negativa l’economica agricola della zona colpita. Ed è proprio ciò che sta succedendo in questo periodo nel Salento. Le segnalazioni sono partite dal 2013, senza prove certe, riguardo il disseccamento degli olivi in questa zona, le quali piante hanno iniziato ad ammalarsi ed ad avere problemi già dal 2008, portano ad una drastica riduzione di produzione di olio d’oliva. Xylella influisce sulla quantità della produzione, non sulla qualità, la quale resta invariata, ma comunque il problema non è indifferente.L’olivo è tra le piante più colpite in Italia dalla xylella fastidiosa: si sta espandendo sempre di più a causa della mancanza di una cura. Si presuppone che gli insetti vettori della pauca, la sottospecie di xylella fastidiosa rivenuta negli olivi del Salento, siano arrivati fino al sud Italia sin dalla Costa Rica, dove se ne trova un ceppo gemello. Ma essi, da soli, non sarebbero mai arrivati. Quindi si pensa che l’unica spiegazione plausibile sia dovuto al commercio di piante ornamentali arrivate proprio dalla Costa Rica, essendo un produttore di piante ornamentali a livello mondiale. Inoltre, la presenza della Philaenus spumarius, detta anche “sputacchina”, agendo come vettore del batterio, avrebbe a sua volta contribuito alla sua diffusione. Inoltre, gli oliveti della Puglia, soprattutto più al sud, sono tutti poco distanziati gli uni dagli altri, favorendo il contagio.

Ma cosa è stato fatto in questi anni per contenere i danni e trovare una soluzione?

Con la Legge di Stabilità 2014, sono stati destinati 2.630.430 di euro per “misure urgenti per fronteggiare il rischio fitosanitario connesso al batterio Xylella fastidiosa”. Tale importo è stato impegnato a favore dell’Agenzia Regionale per le attività Irrigue e Forestali (ARIF) della Regione Puglia, di cui ad oggi, risulta liquidato, solo il primo anticipo previsto, pari a 1.315.215 di euro.

In un secondo momento, con il decreto legge 51/2015, sono stati accreditati alla Regione Puglia 9.785.291,35 euro, per indennizzare gli agricoltori colpiti da Xylella anche se ad oggi  non risultano attività intraprese dalla Regione in tale senso.

Attraverso il Piano olivicolo, inoltre, il Ministro delle politiche agricole di concerto con il Ministro dell’economia ha emanato una legge che destina per un triennio alla Regione Puglia 2.500.000 euro, per le attività di ricerca relative alla difesa da organismi nocivi nel settore olivicolo. Il 25 luglio 2016, la Commissione europea ha notificato al Governo italiano la costituzione in mora concernente le misure di protezione contro la diffusione del batterio “Xylella fastidiosa”, complementare a quella già avviata il 10 dicembre 2015, per la violazione del dovere di leale cooperazione, contestando, in particolare, la mancata eradicazione degli alberi infetti nei 20 km nella zona di contenimento e i ritardi nell’effettuazione del monitoraggio nelle aree interessate.
“Per far fronte alle carenze evidenziate la Regione Puglia ha provveduto alla selezione e al reclutamento di ulteriori 172 tecnici (agenti fitosanitari), al fine di incrementare le attività di monitoraggio delle aree demarcate”.
Nel mese di novembre 2016, la Commissione ha condotto un audit in Puglia per verificare sul campo la situazione del focolaio di Xylella fastidiosa e la corretta attuazione delle misure fitosanitarie di lotta alla batteriosi, in conformità alla decisione dell’Unione Europea. Il gruppo ispettivo della Commissione Ue, ha considerato positivo il monitoraggio messo in atto dalla Regione e la ripresa delle eradicazione (a seguito dei blocchi amministrativi e penali) perché in linea con le disposizioni UE.

Per dirla in breve il lavori di questi anni si è limitato con la messa in quarantena dell’ area colpita e l’ abbattimento delle piante infette. Nel mentre si è dato impulso alla ricerca di una soluzione del problema.

La seconda operazione altrettanto penalizzante è stata a partire dal 2015, la decisione di esecuzione della normativa (UE) 2015/789 consistente nella restrizione alla movimentazione delle piante probabili ospiti del batterio e nel 2016  specificate limitazioni sono state imposte alle esportazioni nazionali di materiale vivaistico ancora in essere da parte di alcuni Paesi.

Salento – Piante infette dalla Xylella fastidiosa

Sebbene questi interventi hanno rallentato la diffusione del patogeno di fatto la messa in quarantena dell’ area colpita non è stata sufficiente e i danni per il comparto olivicolo ingentissimi tanto che attualmente ad Oria e a Gallipoli ettari ed ettari di terre, che prima ospitavano centinaia di olivi, si stanno spopolando: non essendoci una cura, è abbattere li alberi rimane  l’unico modo per evitare di ”infettare” altre zone. Focolai d’infezione sembrano poi spuntare in altre parti della Puglia e la ricerca scientifica alla luce della modalità con cui la  xylella fastidiosa si trasmette hanno ormai fatto accantonare qualsiasi speranza di eradicazione del batterio, facendo così concentrare gli sforzi sulle azioni di contenimento e sulla ricerca di soluzioni che consentano una convivenza sostenibile con la pericolosa infezione. Ed è proprio grazie a questi sforzi che oggi per l’olivicoltura salentina si apre uno spiraglio di rinascita grazie alle sperimentazioni che hanno portato a scoprire varietà di ulivi in grado di tollerare abbastanza bene la xylella. L’ultimo studio riguarda la “favolosa”, (in gergo tecnico si chiama “FS-17”), un olivo che, secondo quanto svela il Cnr di Bari e il Centro di ricerca “Basile Caramia” pare metta in difficoltà il batterio, addirittura meglio del “leccino”, l’altra specie olivicola su cui si sono concentrate le ultime sperimentazioni  che pure sembra tollerare la malattia.

La ricerca condotta dal CNR  firmata da più di 30 studiosi dimostra soprattutto come la cultivar “favolosa” presenti una carica batterica bassissima o addirittura inesistente. Un risultato che incoraggia i ricercatori. Nello stesso studio anche altre analisi sul “leccino” condotte in alcuni oliveti del Salento. «I risultati che continuano a emergere dalle osservazioni in campo e dalle indagini diagnostiche – sottolineano i ricercatori nello studio – fanno ben sperare circa una possibile convivenza con il batterio». Il lavoro, parzialmente finanziato dal programma Ue di ricerca e innovazione Horizon 2020, nell’ambito dei progetti “POnTE” e “XF-Actors”, scaturisce dalle attività sperimentali condotte da tre Istituti di ricerca pugliesi in collaborazione con l’agronomo Giovanni Melcarne ed altri soggetti del mondo agricolo.

Grazie alle analisi sierologiche (Elisa) e molecolari quantitative (qPCR), condotte su diverse centinaia di piante in oliveti multivarietali sottoposti a fortissima pressione di inoculo in zona infetta, il Cnr svela che la cultivar “FS-17”, oltre che essere asintomatica presenta una minore incidenza percentuale di piante infette (appena il 12% di piante infette rispetto al 50% in “leccino” e 100% in “ogliarola salentina”); inoltre, quando infetta, ha la più bassa concentrazione batterica poiché nelle piante analizzate è stata ritrovata, in media, la metà della concentrazione di “leccino” e circa un centesimo della concentrazione in “ogliarola salentina”. Tutte le 10 piante di “ogliarola” sono risultate positive alla xylella, anche l 177 piante di “kalamata” hanno mostrato un elevato valore percentuale di positivi (70%). Soltanto 9 delle 18 piante di “leccino” analizzate sono risultate positive al batterio, mentre sorprendenti i risultati sulle piante di “FS-17”: solo il 12,4% delle 201 piante saggiate è risultato positivo con valori di assorbenza media più bassi di quelli del “leccino”.

La Provola dei Nebrodi

Cari Amici! In questa puntata di Blog voglio addentrarmi nel mondo dei formaggi siciliani e nello specifico in questo ambito parlare della Provola dei Nebrodi o Caciocavallo. Per  fare ciò mi affiderò alle conoscenze trasmesseci dal “ Manuale Teorico Pratico d’ Agricoltura e Pastorizia” del Sac. Gaetano Salamone, andata alle stampe per la prima volta a Mistretta nel 1872 e ad oggi una preziosissima testimonianza della  tradizionale tecnica di lavorazione di questo singolare formaggio a pasta filata.

La provola dei Nebrodi

Eccovi diseguito il paragrafo relativo al caciocavallo o provola dei Nebrodi:

“La Provola dei Nebrodi “ Si fa dal latte di vacca o capra mescolato al quello della vacca, ed anco solo: ma i migliore si cava dal latte di vacca.

Quando vorrà farsi caciocavallo, il latte quagliato nel modo sopradetto si rompe con un lungo bastone, alla cui estremità vi è attaccata una ruota di legno circolare piana o convesso-concava, del diametro d’un palmo più o meno, secondo la quantità della quagliata e la grandezza della tina, il quale ordegno si chiama (ruotola) e si dibatte e si rimena tanto, finchè la massa prenda nuovamente l’ aspetto quasi di latte, e tanto meglio riesce; quanto più si fatca. Ciò fatto si lascia riposare un 6, o 10 minuti, nel qual tempo la parte caseosa, ridotta in una massa bianca, detta (tuma) si precipita nel fondo e la parte sierosa, detta (lacciata) salisce sopra.  Allora il cascinaio detto (summataru) comincia a premerla con la rotola per viepiù consolidarsi ed i giovani con piccoli vasi di legno aventi la figura d’un cono troncato con l’ altezza ed il diametro di circa un palmo nel vuoto interno, detti (scischi) prendono la lacciata dalla tina e la mettono entro la caldaia di rame per fare la ricotta. Levata tutta la lacciata mettono scisce piene d’ acqua, o altri pesi sopra la tuma per asciugarsi maggiormente e consolidarsi, raccogliendo sempre la lacciata che esce da detta tuma. Ridotta a tale stato si taglia in 2,3 o 4 pezzi secondo la quantità, si esce dalla tina e si mette entro un tavolone largo da 4 a 5 palmi, lungo da 5 in 6, alto ne’ suoi labri poco meno di 2 decimetri detto tavuliere. Ivi si taglia a strisce larghe circa 4 dita e si mette di nuovo entro la tina. Siccome fra questo mentre si è fatta la ricotta nel modo che saremo per dire appresso, si mette nella tina tanto siero bollente, quanto sopravanza 4 dita sopra le strisce della tuma e si lascia concuocere finchè il siero si raffreddi astato di potervi soffrire la mano.

Il caciocavallo prende il nome dalla tradizionale maniera di conservazione su travette

Allora si esce nuovamente la tuma dalla tina, si mette nel tavoliere, si liscia con le mani e si preme per ispogliarla da siero e bene asciuttata, s’è tempo d’inverno, si mette sopra una tela e si coverta, s’è tempo d’ estate, si sospende ad un legno, e si tratiene in tale stato per lo spazio di 12, 18 o 24 ore finchè s’avveri la fermentazione acida. Quando è già lievitata si taglia a strisce della grossezza di un pollice e si mette entro una tina del diametro ed altezza di circa tre palmi, detta (piddiaturi), si coverta nuovamente con siero bollente sino a due dita sopra e si tiene coverta per lo spazio di 8 minuti circa per ammollirsi ben bene. Dopo con un legno lungo  5 palmi circa detto ( manuvedda) si fatica, preme e rivolta in tutti i versi, dicono essi (si scana) come si fa con la pasta, per lo spazio d’un mezzo quarto, finchè si riduce ad unica massa. Ciò fatto si pone tutta la massa sopra al manuvedda sostenuta da due persone ed altre due la lisciano con le mani, rivoltandola sopra se stessa nel caso che per eccessiva mollezza s’ allunga di troppo.

Avendola lisciata bene e ridotta in un’unica massa, colle mani si fa in pezzi tanto grandi quanto i caciocavalli che si vogliono fare e di nuovo si mettono dentro il siero ancor caldo che si trova dentro la piccola tina detta piddiatturi. A’caciocavalli sogliono darsi due forme conosciute, credo,da tutti i Siciliani, una a parallelepipedo rettangolare, cioè a quattro facce, larga circa un decimetro e lunghe  circa 4 decimetri e più o meno a piacere di chi la ordina; e l’ altra a (provole) le quali hanno una figura di una gran pera del peso d’un chilogrammo circa. Quelli a 4 facce si fanno sopra un tavolo coi labri rialzati d’un decimetro, detto tavuletta ed una forma di legno simile al casca callo che dovrà farsi. Ordinate tali cose, persone pratiche prendono un pezzo di tuma da dentro il piddiaturi e stringendola nelle mani le danno la forma che si da al pane pria di metterlo nel letto, asciugandolo bene dal siero, gli recidono il piccolo collo che si era formato e in tal forma la mettono posata  a un lato della tavoletta m rovesciata sul lato donde  si strappò il collo e mettono la forma del legno dall’ altro lato. Egli così posto comincia a dilungarsi e mentre il cascinaio (sammataru) ne fatica altri, un giovane lo rivolta e gli appoggia al fianco la forma di legno, finchè prende la forma del parallelepipedo. Questo fra pochi minuti s’indura e serve di lato per dar forma agli altri. Terminata in tal modo lì operazione, si lasciano ivi 24 ore rivoltandoli quando vi è bisogno e dopo si mettono per 48 ore dentro la salamoia preparata in un barile.

Sac. Gaetano Salamone

Le provole si manipolano pure con le mani, dandovi la forma d’una pera e subito si mettono entro la salamoia per 24 ore per addensarsi, altrimenti la forma si schiaccia.

Siccome queste sono più leggere dell’ acqua salata, un giovane continuamente per circa un ora o due ore con una fiscella deve affondare e rivoltare, finchè si saziano da per tutto di salamoia. Dipoi si levano dalla salamoia e legate con una cordellina grossetta di qualunque materia, si sospendono ad un travicello, ove fra lo spazio di circa 8 giorni prendono un colore gialliccio. Allora si mettono nuovamente per altri 24 ore circa entro alla salamoia e più o meno secondo la grandezza e sospese ad un travicello, si conservano all’ uso.

A 6 mesi si induriscono troppo: per conservarsi molli, bisogna untarle di olio di lino, o meglio d’un cemento composto di feccia d’olio comune e di rottami di tegole mediocremente pestate o pure dentro l’olio, ma rancidiscono un poco.

Più volte entro le provole nel manipolarle s’introduce un poco di butiro per mantenerle più umili e d essere un poco più grate a mangiare; ciò per lusso non per mercanzia”.

 

Il Manuale Teorico Pratico d’ Agricoltura Vol. I

del Sac. Gaetano Salamone

Rivistato ed aggiornato dal Dr. Benedetto Salamone

Pagine: 343
Formato: 140×205 mm
Genere: Ambiente e Natura
Collana: TiPubblica
Anno: 2017
ISBN: 978-88-488-1888-9
Lingua: ITALIANO Tags:

16,10 (Iva  Inclusa) Spedizione Gratuita

 

Descrizione

Divisa per esigenze pratiche in due volumi, la presente opera è di indiscusso pregio. Messa alle stampe la prima volta nel 1870,è il frutto di un meticoloso lavoro che il Rev. Sac. Gaetano Salamone condusse per circa due anni, e volto a fornire ad un pubblico non molto erudito le nozioni basilari di scienze agrarie con un attenzione particolare al distretto di Mistretta. Una ristampa dell’ opera è utile per la riscoperta di antiche pratiche agronomiche che oggi definiremmo ecosostenibili. Colmando, tramite note aggiuntive tutte le lacune cognitive sulla scienza agraria le opera oltre che di valore storico-scientifico è inoltre di uso pratico, in ultimo serve dare un nuovo impulso agli studi agronomici in aree geograficamente svantaggiate

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Il Cavallo Siciliano Indigeno

di Benedetto Salamone

 

Pagine: 226

Formato: 140×205 mm

Genere: Ambiente e Natura
Collana: TiPubblica
Anno: 2013
ISBN: 978-88-488-1464-5
Lingua: ITALIANOTags:

€ 16,00 ( Iva Inclusa)   spedizione gratuita

Descrizione

L’opera illustra le vicende storiche di una razza cavallina tra le più antiche e prestigiose d’Italia, dal suo sorgere fino ad i nostri giorni. Una narrazione avvincente ed inedita scritta dall’autore con la passione e la pazienza di chi ama la ricerca. Un saggio storico-scentifico che accompagna il lettore nella storia della Sicilia attraverso un disamina accurata delle fasi più importanti nella formazione costituzionale del cavallo siciliano, ma anche un opera zootecnica di grande spessore non priva di interessanti spunti per il presente. Un ringraziamento particolare è rivolto a Placido Salamone di Casaleni per la collaborazione offerta.

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19 Marzo – San Giuseppe

In Sicilia il 19 marzo non è un giorno come tanti altri. Attraverso una  ritualità cristiana e precristiana la festa di San Giuseppe esprime pienamente uno degli aspetti più profondi della tradizione del popolo siciliano e della sua millenaria cultura. Prendendo spunto dall’ opera di Gaetano Basile e Anna Maria Musco Dominici “Mangiare in Festa” edito da Kalos, vi voglio illustrare cosa significa il giorno di San Giuseppe in Sicilia, patrono di molti comuni siciliani forse perché nella tradizione popolare riveste il ruolo di “avvocato dell’ impossibile”. E noi siciliani di avvocati per cause difficili ne abbiamo sempre vavuto bisogno.

Ci ricorda Giuseppe Pitrè che “… dei Santi il più apprezzato patrono è San Giuseppe che occupa tredici comuni”. E come “patri di puvirieddi” viene invocato nei Triunfi; fino agli anni Sessanta si celebravano messe e novene ogni mercoledì a partire da gennaio.

Il suo culto si manifesta con usanze rituali quali il banchetto, gli altari addobbati, la raccolta di elemosine e le processioni. L’ uso di mense su altari particolari è diffuso in tutti i paesi cattolici dell’ area del bacino del Mediterraneo: il cibo, simbolico e rituale, è offerto in una specie di cappelletta ricoperta di rami d’ alloro e mirto, decorata con piccoli pani, detti appunto “di San Giuseppe” legati da cordicelle colorate.

Quest’ uso continua in molti comuni siciliani così come la questua, che è atto di penitenza o di umiliazione, spesso per grazia ricevuta. Una volta tutto ciò che veniva raccolto per le elemosine si portava in giro cin la “retina”, una lunga teoria di muli  e asini riccamente bardati. Le cene si offrono a figuranti che rappresentano Gesù,Maria, e Giuseppe, pellegrini affamati di passaggio. Ma anche a  “poveri vecchietti” normalmente affidati alla pubblica carità. Almeno per quel giorno.

Vale a pena ricordare che le cene votive dovevano avere un minimo di 19 portate e fino ad un massimo di 101. Nessuno si è mai spiegato quel 19 e 101 che certamente dovevano pur significare qualcosa forse attinente alla cabala.

Infatti le siciliana cene di San Giuseppe discendono direttamente dalla festa ebraica di “Succòth”, cioè la festa delle capanne, detta anche festa dei tabernacoli. Si ricordano così le capanne erette dagli ebrei vaganti nel deserto per ben quarant’anni, dopo la biblica fuga dall’ Egitto.. Anche gli ebrei di Sicilia celebravano quella loro antica con cene di ringraziamento per sette sere di fila con tavole ricche di cibo e dolciumi.

La loro alimentazione obbediva alle leggi della Kasherut, purezza rituale dei cibi, vhe traeva origine da motivazioni igieniche; non si mangiavano  carni di animali morti per cause naturali, incidentali o ancora non note e che, quindi, potevano portare malattie. La carne fu quasi sempre quella di ovini, caprini e tanto pollame. Era assolutamente proibito l’ uso della sugna, strutto o sego e si usava solo l’olio d’oliva.

Le minestre occupavano un posto di primaria importanza: ceci, lenticchie e cavoli, soprattutto. Tante verdure cotte servite calde con un filo d’olio oppure crude in insalata. Zucchini, cipolle e porri fritti impanati o in pastella, uova sode oppure in frittata di cipolle. Trionfano le polpettine fritte, le melanzane fritte affettate o intere ma anche farcite dei carne e spezie.

Il pesce per essere Kasher doveva avere le pinne e le squame. Per conseguenza niente anguille, molluschi e crostacei, con la sola eccezione dell’ aragosta. Latte e formaggi per prescrizione talmudica, dovevano essere serviti in apposite stoviglie.

Ogni quindici giorni si faceva il pane di farina di frumento. I pan ricoperti di sesamo,erano mandati dalla famiglia del futuro sposo ai consuoceri per allontanare il malocchio.

San Giuseppe è poi il giorno delle “Vampe” che derivano quasi certamente dalle feste del fuoco legate al primordiale culto solare.

Quei falò dovevano assicurare nuova luce e calore a uomini, animali e piante, di contro la distruzione di tutti gli elementi corruttivi e negativi. E’ assai curioso che questa ritualità coincida all’incirca con  l’ equinozio di primavera quando il giorno dura quasi quanto la notte. Poco più tardi la luce del sole avrà il soppravvento sulle tenebre e quei fuochi davano una mano al sole nella lotta contro le tenebre.

 

Dai totani ripieni ai tagliolini neri al sugo di gallinella

Cari Amici!

Molto presto torneremo a parlare del pescato di Tusa e della sua tradizione marinara. Per adesso gustatevi questa ricetta.

Un appuntamento culinario interessantissimo in compagnia dello chef Mario Di Vita, presidente dell’ Associazione Cuochi Valle dell’ Halaesa-Nebrodi e chef del Tus’Hotel, rinomato quattro stelle della ormai celeberrima riviera halaesina. Protagonista di oggi, ovviamente il pesce di stagione, freschissimo ed elemento principe del nostro menu che andiamo a presentare in questo scenario suggestivo della torre trecentesca del Castello di San Giorgio e che troverete nel menu del Tus’ Hotel.

Il primo piatto che proponiamo sono i totani ripieni, un classico della cucina siciliana. I totani, le cui proprietà organolettiche risultano benefiche per il nostro sistema nervoso centrale, sono alla base di questa ricetta  gustosissima e sostanzialmente facile da preparare, il cui ripieno risulta rigorosamente fedele alla tradizione a base di pinoli, mandole, pomodorini  e pane raffermo.

Ma ancora più originale è la ricetta dei tagliolini neri il cui sapore e colore inconfondibile dato dalla seppia crea un impatto visivo notevole insieme al sugo del pesce gallinella tagliato a tocchetti insieme a pomodorini, prezzemolo e brodo vegetale. Insomma!Una ricetta da leccarsi i baffi.

Per chiudere  il pescato del giorno a base di pettini, merluzzi e ricciole, infarinati e fritti a dovere con olio extravergine d’oliva. Non resta che seguire il nostro video e seguire i consigli dello chef.

Buona Visione!!!

La Razza Reale di Ficuzza

 

 

di Benedetto Salamone

 

Pagine: 182

Formato: 140×205 mm

Genere: Ambiente e Natura

Collana: TuttiAUTORI

Anno: 2010

ISBN: 978-88-488-1133-0

Lingua: ITALIANO

16,00  IVA Inclusa    (spedizione gratuita)

 

Descrizione

Un opera avvincente che illustra il percorso storico di una prestigiosa razza cavallina creata a Persano(Sa) da Carlo III di Borbone Re di Napoli e di Sicilia nel sec. XVIII, perpetuata dai suoi successori attraverso gli haras di Tre Santi e Ficuzza, e il cui contributo fu rilevante per il miglioramento dell’antico cavallo siciliano (oggi cavallo siciliano indigeno). Un’opera inedita rivolta ad appassionati del settore e nello specifico a chi voglia affrontare in maniera approfondita lo studio del cavallo siciliano indigeno. Un dovuto ringraziamento va dato a Placido Salamone di Casaleni per il determinante contributo prestato per la realizzazione dell’opera e per la scoperta di preziosa documentazione inedita qui pubblicata.

PRENOTA SUBITO!!!

 

 

 

Torna alle stampe il Manuale Teorico Pratico d’ Agricoltura

 

 di Placido Salamone

Ritorna alle stampe dopo oltre centoquarant’ anni il Manuale Teorico Pratico di Agricoltura, la pregevole opera  tecnico scientifica  del Rev. Sac. Gaetano Salamone messa alle stampe la prima volta nel 1870 e  frutto di un meticoloso lavoro condotto dal reverendo per circa due anni finalizzato a fornire ad un pubblico non molto erudito le nozioni basilari di scienze agrarie con un attenzione particolare al distretto di Mistretta. Una ristampa dell’ opera aggiornata e rivisitata in chiave moderna dal Dr. Agr. Benedetto Salamone si era resa necessaria  soprattutto per il grande valore storico ed etno-antropologico del opera e che è possibile acquistare online su:

Ad ogni settore agrario trattato dal reverendo, delle note d’aggiornamento completano l’opera che ritorna ad essere utile, allettante e di facile consulto, in grado di fornire all’agricoltore solerte ed attento delle nozioni di rapida conoscenza. Le scienze agrarie, come tutte le scienze sono sempre un cosmo di continua evoluzione, con nuove teorie, scoperte, ed innovazioni grazie all’opera instancabile di studiosi e ricercatori. Guardare avanti con un occhi al passato per dare continuità alla propria tradizione pastorale ma con l’utilità di chi vive ai giorni nostri. Per questo le note aggiuntive non sono mai troppo erudite ed  offrono delle conoscenze pratiche che possono rendere la lettura più allettante e dei riferimenti più pratici anche per chi non è molto addentrato nel mondo dell’agraria.

Sac. Gaetano Salamone

Introdurre lo studio sui manuali teorico-pratici di agricoltura del Rev. Salamone  significa fare una panoramica del clima politico e sociale un cui queste opere furono redatte.  La Sicilia agricola della seconda metà dell’Ottocento sebbene in maniera tardiva risentiva culturalmente un’influenza di quel progresso culturale già iniziato dal Settecento. Lo confermano le numerose analogie che collegano i manuali de prelato mistrettese con opere come il “Corso di Agricoltura Teorico-Pratico” dell’illustre cattedratico Paolo Balsamo, la cui amicizia con Arthur Young, Robert Bakewel e Sir Humphry Davy oltre ad introdurlo alle più avanzate conoscenze agricole dell’epoca contribuì notevolmente a influenzare il suo pensiero politico, intendendo l’agricoltura in senso moderno, come una scienza che, attraverso l’abolizione di alcune norme protezionistiche, avrebbe potuto aumentare la stabilità economica dei proprietari terrieri (che si sarebbero trasformati in imprenditori) e le condizioni di vita dei contadini.

In verità l’’area geografica dei Nebrodi Occidentali facente capo a Mistretta per tutto il sec. XIX mostrò una vitalità imprenditoriale eccezionale e lo conferma anche il Balsamo nelle “Memorie inedite di pubblica economia ed agricoltura” del 2 gennaio 1808 che così scriveva: <<gli agricoltori di  Mistretta e di qualche altra delle nostre popolazioni pressoché unicamente pastori, non ostante le tanto esagerate di sfavorevoli circostanze dell’arido e caldo clima, con l’economia delle pecore hanno spesso messo insieme quelle riguardevoli fortune che frequentemente non si vedono nelle persone dell’istessa condizione nel continente d’Italia ed altrove>>.

Mistretta (Me)

Da cosa derivava quest’opulenza? Il fenomeno è spiegato con dovizia dal Rev. Salamone che così scriveva <<.In quel tempo, per la peste e altre cause l’Isola era spopolata e più di ⅔ delle terre erano incolte; fu allora che i Mistrettesi uniti in diverse società presero in fitto vari feudi dell’Isola e più di un 1/3 dei feudi di Val di Mazzara; dai guadagni di queste società ne nacque opulenza di varie famiglie, l’ingrandimento di quasi una metà della Città di Mistretta, l’applicazione di regole di una buona intesa pastorizia e per la notevole pratica e abilità dei campieri e fattori Mistrettesi, questi presiedevano all’agricoltura e pastorizia in buona parte della Sicilia”>>.  Un’epoca prosperosa per l’industria agraria e pastorale mistrettese poiché si resero disponibili vaste estensioni di territori, un ridotto insediamento demografico, una forma nuova di conduzione armentizia definita “società”, la quale diede dei profitti economici vantaggiosi. Ma com’era strutturata questa società?  Questa era costituita da un proprietario o padrone che anticipava il capitale in denaro e tutto il materiale occorrente per lo svolgimento dell’attività pastorale e a costui si associavano dei soci detti prezzamara, gli animali che appartenevano ai vari soci erano costituiti da bovini, ovini, caprini ed equini. Ciascun socio doveva concorrere in proporzione a tutte le spese della mandra o pagando gli interessi del capitale al padrone o approntando un capitale proporzionato al numero degli armenti che metteva in società: chi portava 1000 pecore concorreva alla spesa per 1000, chi 100 per 100 e così di seguito. Alla fine dell’anno a conteggi ultimati, gli utili si dividevano in proporzione agli animali che ognuno possedeva lasciando in mano del padrone i capitali necessari per le spese della mandra da dover anticipare nell’anno a venire mentre la restante parte rimaneva di guadagno. Questi capitali impiegati per la mandra consistenti in denaro, frumento, e altri generi erano intitolati colonne della mandra.

mascherone mistrettese

A inizio secolo le più grandi società mistrettesi di armenti furono quelle del barone Ignazio Russo di Capizzi che il sacerdote Salamone epiteta come “patriarca” da cui tutte le altre trassero origine, quella del barone La Motta di Nicosia e del principe Valguarnera, tutte amministrate e dirette da mistrettesi, e altre grandiose quelle di don Gaetano Mastrogiovanni Tasca, di Lo Jacono, di Cannata, di don Francesco Di Salvo e dei Fratelli Salamone. Per dare un’idea si può con certezza riportare che nel 1812 nella sola Val di Mazzara vi erano ventisette mandre di Mistretta con più di 120.000 ovini.   Cessate però nel 1814 le guerre napoleoniche e Re Ferdinando I di Borbone ritornato a Napoli, dopo lo scioglimento del blocco continentale e l’abbandono degli inglesi e riapertosi il commercio con l’estero, i prezzi dei cereali e del bestiame a colpo si abbassarono a meno di un sesto di quanto erano prima e gli affittuari non potendo più pagare quei terreni presi in gabella, dovettero fingersi falliti e ritirarsi da quei siti. Le poche società che rimasero in piedi riuscirono a continuare nella loro attività ed essendo non molte ne trassero grandi vantaggi. A cavallo tra il vecchio Stato borbonico e il nuovo Governo Sabaudo le più grandi mandre di armenti erano delle famiglie Tasca, Allegra, Giaconia, Salamone, Di Salvo Pollineo e Lipari. La società mistrettese rappresentò un’interessante novità nel mondo dell’economia e non è un caso che divenne oggetto di studio per molti economisti che identificano con la dicitura “contratto alla mistrettese”, come cita Salvatore Pagliaro Bordone in “Mistretta antica e moderna- 1902” << l’associazione di più persone nel fitto di un ex feudo, ovvero di qualche altro negozio, costruendo ciascuno per la sua tangente più o meno di quella di un altro socio e dividendosi i guadagni o le perdite secondo a porzione pecuniaria, ossia il tempo del lavoro impiegato da alcuni compagni>>. Dopo il 1830, essendo venuto meno il rapporto di fiducia che legava i diversi soci, si escogitarono altre forme sociali quali ad esempio “le società, dette a spese sapute” cioè chi voleva mantenere 100 pecore o capre, secondo i tempi ed i luoghi, doveva pagare 30 onze circa e poteva allevare 25 agnelli. Alla file dell’anno prendeva tutto il cacio, le ricotte, la lana, e gli agnelli che producevano le suddette pecore e vendeva, per suo conto, le pecore vecchie ed i castrati.; il sistema delle” pecore e capre per il frutto”; dove il padrone principale della mandria riceveva otto onze ed il latte; al padrone delle pecore o capre tutti gli altri prodotti ed in fine quello del “bestiame tenuto a fida”consistente nel pagare al padrone principale una data somma per ogni animale, a condizione dì pascolare detti animali fidati. in quei luoghi ove pascolano gli animali del padrone principale.  Se questo retaggio culturale illustre influenzò certamente la formazione delle generazioni successive altre ragioni, vanno spiegate per comprendere a pieno il clima che si respirava alla vigilia della redazione dei già citati manuali di agricoltura. Con la salita al trono di Ferdinando II di Borbone nel 1831 si ebbe un nuovo impulso alla ricerca scientifica in agricoltura, vennero, infatti, istituite nelle province del Regno le Commissioni di Agricoltura e Pastorizia dirette da eminenti studiosi i cui lavori ebbero ben presto le stampe. Nel 1855 si tenne l’Esposizione Universale di Parigi. Questa rassegna internazionale era un’ottima vetrina per i paesi partecipanti, avendo questi la possibilità di mostrare le proprie capacità produttive al mondo che contava. Si costituirono pertanto i comitati promotori circondariali e quello di Mistretta fu presieduto dal Barone Giuseppe Salamone coadiuvato dal Barone Giovanni Russo, il Cav. Croce Melia, il barone Giovanni Sergio, Don Girolamo Larcan e Don Ignazio Di Giorgio. Cinque anni più tardi il Regno delle Due Sicilie sarà brutalmente travolto dalla rivoluzione garibaldina.  Nel 1860 a Mistretta regnava il malcontento generale. Mentre l’aristocrazia si era defilata dalla gestione della cosa pubblica in previsione di inserirsi nel nuovo ordine, i contadini intravedevano nella rivoluzione la speranza di ottenere, finalmente, la terra e quindi l’indipendenza economica tanto agognata. Si profilava quell’aspetto politico e sociale importante della questione agraria e contadina. Dal momento in cui Garibaldi sbarcò a Marsala la situazione dell’ordine pubblico, a Mistretta, si fece alquanto preoccupante. Avvennero numerosi disordini. Il 17 agosto 1860, la festa del santo patrono degenerò in un tumulto. Qualcuno attentò alla vita del barone De Carcamo già presidente del comitato provvisorio e Governatore del distretto. Le fasi successive, furono un susseguirsi di consigli comunali, ora per discutere sull’elenco degli indigenti ora sulle terre pervenute al Comune dopo lo scioglimento delle promiscuità da individuale per la ripartizione ora sul problema della quotizzazione, la questione agraria non trova comunque uno sbocco e il problema rimase isoluto ancora per molto tempo.

Comunque nel 1866 con Regio Decreto 3452 del 23 dicembre il nuovo governo italiano ordinava l’istituzione in ogni capoluogo di circondario di “Comizi agrari” al fine di presentare al Governo le innovazioni di ordine generale e locale che si consideravano in grado di migliorare le sorti dell’agricoltura, raccogliere per esso le notizie che fossero richieste nell’interesse dell’agricoltura, fare opera di informazione tra i contadini per diffondere le coltivazioni migliori, i metodi più adatti alla coltivazione, gli strumenti più moderni e perfezionati, promuovendo esposizioni e concorsi di macchine e strumenti agricoli, infine controllare che fossero rispettate le norme di igiene sanitaria. Nel Comizio Agrario di Mistretta sorto per interessamento dell’Avv., Gaetano Giordano fu eletto a presiedere l’avv. don Filafelfio Russo che mostrò da subito un’encomiabile vitalità. L’impegno prioritario del Comizio, come scrivere il sacerdote Salamone, era di “ rendere utile ai nostri contadini e pastori, onde muoverli a migliorare lo stato abbiettissimo di nostra agricoltura” ma senza accorgersene lasciò tramite i manuali di agricoltura un contributo non indifferente alle scienze agrarie in tutte le sue branche e agli studi etno-antropologici di questo vasto comprensorio.  Le informazioni che da essi si possono attingere oltre che avere in parte un’utilità reale ancora oggi, costituisco un patrimonio di informazioni inestimabile sulle consuetudini agricole e silvopastorali del territorio nebroideo. Del resto anche se non riporta nel testo disegni e illustrazioni il sacerdote da erudito scrive e parla di agricoltura e di zootecnia con parole molto semplici, descrivendo tutto quello che vede e osserva nelle campagne. I lavori preparatori dell’opera durati due anni furono pubblicati dal Rev. Salamone in due volumi a distanza di pochi anni; in particolare, la prima parte del lavoro, composta di circa 180 pagine, fu data alle stampe nel 1870, presso la locale tipografia comunale, col titolo “Manuale teoricopratico di Agricoltura”; la seconda parte, composta di circa 270 pagine, fu pubblicata nel 1872, presso la tipografia diretta da G. Mauro, dal titolo“Manuale teorico-pratico d’Agricoltura e Pastorizia”. Ognuno dei due volumi si presenta suddiviso in dodici trattati composti a loro volta da parecchi paragrafi. La finalità odierna di una ristampa di tali opere è duplice, la riscoperta di antiche pratiche agronomiche che oggi definiremmo ecosostenibili colmando tramite note aggiuntive tutte le lacune cognitive sulla scienza agraria che il sacerdote data l’epoca in cui visse non poteva possedere, quindi aggiornare e rendere le opere di uso pratico oltre che di valore storico-scientifico. Secondo dare un nuovo impulso agli studi agronomici in aree geograficamente svantaggiate.