Dalla Roma antica alla DOC contemporanea: tra memoria storica, vitigni identitari e territorio.

Ci sono territori che si raccontano attraverso i secoli, e il Mamertino è uno di questi. Il nome affonda le radici nell’età dei Mamertini e arriva fino alla Roma repubblicana. È Plinio il Vecchio a riferire che Giulio Cesare, nel 46 a.C., fece servire il Mamertino in un banchetto solenne. Un segnale della reputazione raggiunta da questo vino siciliano. Ma la storia non è una linea retta. Il Mamertino di oggi non è quello di duemila anni fa. Quello che si conserva è il nome, la memoria, non la composizione originaria. La DOC contemporanea nasce nel 2004. Il disciplinare definisce il Mamertino Rosso con una base di Nero d’Avola affiancato dal Nocera, mentre per i bianchi valorizza Catarratto, Grillo e Ansonica. Il Nocera, in particolare, diventa il simbolo della rinascita identitaria. È coltivato nella fascia tirrenica e collinare del messinese, tra Milazzo, Furnari, Patti e Librizzi, sfiorando le prime propaggini dei Nebrodi.

Più che il vino dei Nebrodi in senso stretto, il Mamertino è oggi un ponte. Un filo che unisce territori, epoche e culture diverse. La sua forza non sta nell’illusione di un vino immutato, ma nella continuità di una memoria agricola che oggi chiede di essere compresa, tutelata e proiettata nel futuro.
