La tradizione monastica della coltivazione di piante officinali

di Placido Salamone

Fin dalla loro creazione i monasteri sono stati non soltanto luoghi di preghiera e meditazione, ma anche di operosità e accoglienza. Oltre a radunare uomini dediti all’ascesi e alla contemplazione divina, infatti, spesso offrivano un rifugio temporaneo ai tanti pellegrini e ai viaggiatori di passaggio.

Per questo motivo al loro interno si organizzarono centri di assistenza medica, ospizi e ricoveri che inizialmente furono riservati ai pazienti interni al convento, ma che con il tempo si aprirono a utenti esterni rappresentati da poveri, bisognosi e malati.

Poco per volta ospitalità monastica e attività ospedaliera vengono quasi a coincidere: non a caso i termini “ospizio” e “ospedale” provengono dalla stessa radice latina hospes, “ospite”.

All’interno di queste strutture diventa così necessaria la presenza di figure specializzate in grado di preparare medicamenti naturali destinati a curare disturbi più o meno gravi. Queste persone ricevono gran parte della loro formazione dai confratelli che li hanno preceduti, ma si dedicano anche, più o meno autonomamente, allo studio di testi classici sulle piante officinali e sulla medicina, che spesso sono i monaci stessi a tradurre dal greco o dall’arabo.

Le opere più apprezzate e conosciute sono quelle di Ippocrate e soprattutto di Galeno. Il primo, considerato il fondatore della medicina scientifica in Grecia, è sicuramente il medico più famoso della sua epoca. Disponiamo di pochissimi dati certi su di lui, ma gli viene attribuito un corpus di circa settanta testi composti fra gli ultimi decenni del V secolo a.C. e la prima parte del IV.

È greco anche Galeno di Pergamo (129-201 d.C. circa), molto stimato per la sua razionalità e il legame con la logica aristotelica, che con la sua visione ha dominato la scena della filosofia e della scienza occidentali per tredici secoli, fino al Rinascimento. Dal suo nome deriva la galenica, cioè l’arte del farmacista di preparare i farmaci nel suo laboratorio. Nei secoli X e XI è particolarmente noto il suo trattato De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus; sono molto conosciuti e apprezzati anche quello di Dioscoride Pedanio [1], De Materia Medica, l’anonimo Medicina Plinii e il De viribus herbarum di Oddone di Meung, La capacità degli studiosi e dei religiosi di servirsi di fonti storiche e di culture antiche di vari tipi e origini porterà anche all’istituzione della famosissima Scuola Salernitana, fondata nel IX secolo, che riceve dai monaci un contributo decisivo anche grazie all’opera di Alfano (1015/1020 – 1085), frate di Montecassino, medico e importante esponente della prima e più importante istituzione medica europea nel Medioevo, considerata da molti l’antesignana delle moderne università.

IL GIARDINO DEI SEMPLICI

Già nel VI secolo la Regola di san Benedetto prevede la presenza in ogni monastero di un infirmarius, un monaco «pieno di amore di Dio, attento e premuroso» destinato alla cura dei malati. È lui che distribuisce bevande, elettuari, medicine e gli altri rimedi che la scienza del tempo mette a disposizione, gestisce l’infermeria mantenendo acceso il fuoco e curando l’illuminazione notturna e provvede con pazienza alle richieste dei confratelli indisposti.

Un altro compito di grandissima importanza che gli è affidato è la coltivazione delle erbe medicinali (simplicia medicamenta) in un orto botanico, che viene chiamato hortus sanitatis o “giardino dei semplici”. In alcuni casi, invece, questa incombenza spetta a un frate giardiniere che lo supporta in questa attività.

Uno di questi giardini viene descritto nei dettagli in un’antica pergamena di origine medievale: vi sono presenti sedici diverse specie vegetali (fra cui rosa, cumino, giglio, salvia e rosmarino) che spesso sono scelte e coltivate non solo per la loro utilità, ma anche per il loro valore simbolico.

Pur avendo un’origine puramente utilitaristica, infatti, questo luogo assume anche una valenza religiosa. Considerato un emblema del paradiso e quindi privo di peccato, è contrapposto al bosco, popolato dalle fiere selvatiche e immagine del male. Un altro elemento essenziale al suo interno, naturalmente, è l’acqua.

Lo spazio riservato alla coltivazione delle piante medicinali fa parte del più ampio hortus conclusus (cioè “recintato”), il tipico giardino medievale annesso ai conventi, ai castelli e talvolta anche ai palazzi dei nobili. La Regola benedettina stabilisce la presenza in ogni abbazia di un’area specifica suddivisa in frutteto, giardino con piante ornamentali e due orti: uno destinato alla coltivazione delle piante commestibili per la mensa dei frati, e l’altro riservato alle erbe officinali.

I monaci, gli eremiti e gli anacoreti seguono una dieta prevalentemente vegetariana e quindi sono naturalmente portati a interessarsi di vegetali, di cui sperimentano direttamente le proprietà terapiche. Non si limitano però a coltivarli, ma raccolgono anche quelli che crescono spontaneamente intorno al monastero e poco per volta acquisiscono una vasta conoscenza dell’ambiente naturale e delle risorse che offre.

Ovviamente i prodotti della terra vengono usati in cucina, ma in parte riforniscono anche la farmacia interna al monastero, dove sono preparati i rimedi naturali destinati ai malati. Qui inizialmente sono radunati alcuni mortai, qualche alambicco e una quantità limitata di piante medicinali, ma con il passare del tempo sorgono quelle che vengono chiamate “spezierie”, laboratori sempre più specializzati e dotati di molti strumenti di lavoro.

I religiosi e gli addetti alla preparazione di medicamenti acquisiscono sempre più conoscenze e capacità e man mano che i preparati riscuotono successo, la loro fama si diffonde anche all’esterno, tra gli abitanti dei paesi che sorgono nelle vicinanze del monastero. Questi cominciano a consultarli per ottenere diagnosi e cure contro vari tipi di malattie, anche se nutrono un po’ di timore nei confronti dei frati, che ritengono quasi simili a maghi o stregoni.

I servizi “medici” vengono forniti gratuitamente ai bisognosi e forse anche per questo motivo ben presto l’attività inizia a essere ostacolata. Le critiche non arrivano tanto da chi non si fida della competenza scientifica dei monaci, ma da chi, svolgendo la medesima professione negli ambienti urbani, non sopporta una concorrenza che viene ritenuta sleale.

Oltretutto i conventi non solo ricevono lasciti e donazioni che ne aumentano in maniera spropositata i patrimoni, ma sono anche esentati dal pagamento di imposte e tributi.

Sono soprattutto gli speziali, antenati degli odierni farmacisti associati in corporazioni, che chiedono insistentemente di impedire ai consacrati l’esercizio della professione medica al di fuori dei conventi. Non si accontentano nemmeno delle disposizioni ecclesiastiche, che stabiliscono che il servizio prestato all’esterno debba essere gratuito e svolto amore Dei erga omnes [2]. Gli affari dei laici risultano intralciati proprio dalla gratuità di questa attività.

Uno dei motivi che spinge la Chiesa a limitare comunque le uscite dei monaci per curare i pazienti è anche il fatto che quelli che intraprendono gli studi di medicina spesso sono portati a trasferirsi in città. Anche per questa ragione si susseguono varie ordinanze contro l’esercizio di questa arte da parte dei consacrati: il Concilio di Reims (1131), di Roma (1139 e 1215), di Tours (1163), i decreti pontifici del 1227 e 1268, le decretali di Alessandro III (1180) e di Onorio III (1219) operano in tal senso.

Inizialmente è anche presente un’opposizione interna: i Francescani e i Cistercensi si dichiarano contro i Benedettini e le loro attività in campo medico. Questi ultimi, però, ormai hanno creato centri così potenti da riuscire a evitare le scomuniche sinodali.

In realtà, fin dal 1292 gli stessi Francescani avevano autorizzato alcuni confratelli a seguire corsi di medicina a Parigi.

LE SPEZIERIE

Nell’alto Medioevo sono soltanto i Benedettini a ospitare nei loro monasteri una spezieria aperta al pubblico, ma ben presto sono seguiti da Domenicani, Francescani, Certosini, Cappuccini, Camaldolesi, Carmelitani e Gesuiti. A un certo punto, addirittura, proprio grazie alle ampie conoscenze medico-fitoterapiche acquisite dai monaci viene ritenuto opportuno affidare agli ordini religiosi anche la gestione degli ospedali e degli ospizi esterni alla struttura religiosa.

Il concetto di pharmacia nasce quindi proprio all’interno dei conventi; il termine indica il luogo preposto alla vendita esclusiva di prodotti medicamentosi, che diventerà il modello anche per le farmacie “laiche”. I documenti relativi ai monasteri attivi tra il XVII e il XVIII secolo attestano praticamente ovunque la presenza di spezierie e orti dei semplici.

Con il passare degli anni, però, la figura del monaco speziale subisce una trasformazione: mentre in una prima fase ha il compito di preparare i rimedi ordinati dal medico, successivamente opera piuttosto come responsabile della sorveglianza e dell’amministrazione della farmacia monastica. La realizzazione dei medicinali viene infatti affidata a figure esterne stipendiate dalla comunità, che spesso però hanno l’obbligo di risiedere all’Interno.

Per esempio, la spezieria del monastero di San Pietro a Modena è affidata nel 1610 a un professionista secolare che viene pagato 50 ducati l’anno, ma che è obbligato a rispettare una speciale clausola inserita nel contratto: mentre svolge la sua attività dev’essere assistito da un frate delegato dall’abate. Inoltre tutti i prodotti devono essere venduti a un prezzo minore di quello praticato all’esterno e distribuiti gratuitamente ai frati e ai poveri.

Un’altra situazione particolare è quella della Francia del Cinquecento: in questo Paese i religiosi, giuridicamente, non possono gestire la spezieria e fornire prodotti a un’utenza esterna senza essere iscritti alla relativa corporazione di mestiere, che ha il compito di seguirli e tenerli sotto controllo. In pratica poi continuano a rifiutare tali restrizioni e infatti molti si lamentano della loro concorrenza sleale. Questa situazione è ancora tale poco prima della Rivoluzione del 1789, che mette all’asta tutte le farmacie conventuali.

Esistono molte farmacie monastiche che continuano a svolgere la loro attività ancora oggi. Oltre a quelle citate di seguito insieme ad alcuni prodotti realizzati al loro interno, sono rinomate quella di Trisulti, la Certosa di Pavia e di Firenze, Montecassino e molte altre.

Alle spalle del convento dei padri cappuccini del Santissimo Redentore di Venezia, fondato nella Giudecca nel 1576, è ancora presente l’antico orto affacciato sulla laguna in cui venivano (e vengono) coltivati ulivi e viti, alberi da frutto, ortaggi ed erbe aromatiche. La spezieria, rimasta pressoché intatta, è rimasta attiva fino al 1956.

All’interno delle mura della città vecchia di Dubrovnik (Croazia), dentro l’antico monastero francescano, è ancora possibile visitare la vecchia farmacia fondata nel 1317, inizialmente riservata ai frati e successivamente diventata pubblica. Nei suoi locali sono conservati libri molto preziosi di farmacologia e medicina, centinaia di ricette mediche e strumenti risalenti al XV secolo. È ancora in funzione e continua a proporre alcune preparazioni realizzate secondo le antiche ricette.

L’antica spezieria di Santa Maria Novella a Firenze è ritenuta la farmacia storica più antica di tutta Europa. Già nel 1381, infatti, i Domenicani vendevano l’”acqua di rose”, un rimedio che veniva usato come disinfettante soprattutto nei periodi di epidemie. I frati coltivavano le piante medicamentose in un orto attiguo, distillavano erbe e fiori, preparavano essenze, elisir, pomate, balsami e rifornivano la vicina Farmacia di San Marco, fondata e gestita dallo stesso Ordine, i cui prodotti erano esportati addirittura nelle Indie e in Cina. Accanto alla struttura sorge una cappella, che era situata in quella posizione per permettere agli infermi di seguire la santa messa rimanendo sdraiati nel letto. Oggi svolge essenzialmente la funzione di profumeria ed erboristeria e conserva al suo interno una notevole collezione di materiale scientifico (termometri, mortai, bilance, misurini).

Nel 1705 nasce a Cagliari la prima farmacia dei padri cappuccini presso la chiesa di Sant’Antonio di Padova sul colle del Buoncammino, che naturalmente disponeva di uno spazio riservato alla coltura di erbe officinali. Il suo scopo era provvedere anzitutto alle necessità interne dell’infermeria conventuale; pare infatti che in seguito all’utilizzo di alcune medicine guaste somministrate da farmacisti laici, molti frati fossero morti o rimasti invalidi. Oltre a questo, però, provvedeva anche ai bisogni della popolazione. La sua direzione venne affidata a padre Geremia da Amalfi, che fece fabbricare il vasellame con il proprio nome e l’effigie di san Francesco con le stimmate. In seguito alla soppressione degli ordini religiosi, anche i Cappuccini dovettero lasciare il convento e si rifugiarono in via Giardini, dove continuarono l’attività farmaceutica. Nel 1907 tornarono alla chiesa del Buoncammino, dove venne costruito un nuovo convento. La farmacia, riattivata solo nel 1957, si occupò della distribuzione dei farmaci gratuiti ai poveri fino alla sua chiusura, nel 1989.

Anche nei monasteri femminili esiste la figura della “speziala” o “aromataria”, i cui doveri sono addirittura specificati in alcuni manuali per confessori. A Padova, per esempio, nel 1769 sono presenti venti conventi femminili dotati di altrettante spezierie.

Le conoscenze delle religiose in ambito medico-scientifico sono testimoniate dalla presenza, nelle biblioteche interne, di libri e manoscritti che trattano di questi argomenti.

È ben documentata, ad esempio, l’attività in campo farmaceutico delle religiose bolognesi: quelle del Corpus Domini erano famose per il loro cerotto e l'”elettuario di Calybes”, quelle di San Pietro Martire per l’unguento alle rose”, quelle di San Gervasio per il “vino di ciliege” e quelle di San Lorenzo per l’”estratto di cappone”.

Fra il Sei e il Settecento, inoltre, le monache producono anche medicamenti seguendo le prescrizioni di ricette mediche, in diretta concorrenza con le botteghe degli speziali.

In alcuni monasteri si svolgono addirittura corsi sulle scienze farmaceutiche: già nel 1309 nella sede dei Domenicani di Montpellier una sessantina di frati insegna fitoterapia ai confratelli provenienti da altri conventi.

A Vallombrosa, accanto alla famosa spezieria presente dal 1689 nasce una scuola di botanica frequentata da illustri naturalisti, tra cui l’abate Virgilio Falugi (1626-1707), una delle grandi figure della storia botanica italiana, autore delle Prosopopoeiae botanicae.

La perdita delle dotazioni delle farmacie conventuali italiane è dovuta in gran parte alla soppressione napoleonica degli ordini religiosi del 1810, disposizione confermata dallo Stato unitario (1866). A volte, per sottrarsi all’incameramento, i frati affidano le loro risorse migliori a famiglie compiacenti, sperando di poter continuare in qualche modo la loro attività.

GLI ERBARI MONASTICI

«Se le particolari esigenze del luogo o la povertà costringono i fratelli a raccogliere personalmente i frutti della terra, non si rattristino. Allora sono veri monaci, quando vivono del lavoro delle loro mani» (48,7-8). Così scrive san Benedetto da Norcia nel 534 nella sua Regola, invitando a rispettare il famoso principio dell'”Ora et labora”. In questo modo, indirettamente, dà anche un forte impulso all’attività dei religiosi addetti alla coltivazione delle piante officinali destinate alla spezieria del monastero.

Oltre che della produzione di rimedi naturali, spesso i monaci si occupano personalmente anche della classificazione delle varie piante, creando erbari riccamente illustrati di cui sono rimaste alcune copie conservate in diverse biblioteche. Si tratta di una particolare categoria di libri che contiene campioni di erbe schiacciate ed essiccate, soprattutto medicinali, con brevi descrizioni delle loro caratteristiche e delle loro virtù. A partire dal Quattrocento questi testi cominciano a essere dotati di disegni anche molto dettagliati.

Erbario è anche il nome assegnato al locale in cui vengono conservate e manipolate erbe e foglie, radici e bacche dalle proprietà curative raccolte nei campi o coltivate nell’hortus botanicus del convento. Una volta essiccate, sono custodite nell’armarium pigmentariorum, un armadio dalla struttura robusta e vietato ai “profani”, chiuso in modo tale da non lasciar filtrare troppa aria e soprattutto luce, per mantenere inalterate le proprietà terapeutiche delle varie specie.

Accanto alle attività agricole e alla preparazione di medicamenti, quindi, molti religiosi si impegnano con assiduità ad approfondire le conoscenze in campo botanico producendo una serie di opere molto interessanti dal punto di vista storico e scientifico.

Evangelista Quattrami, frate agostiniano, trascorre gran parte della sua vita in giro per l’Italia a raccogliere piante medicinali. Studia botanica e teologia a Roma, dove diventa discepolo del Collegio dei medici della città, ma continua per molti anni a coltivare erbe e a distillarle. Nel 1586 scrive un testo sulla peste, con l’intento di preservare i confratelli dal contagio, e nel 1597 un trattato sulla teriaca, una sorta di antidoto universale molto in voga sino al XVIII secolo.

Anche molti Francescani si dedicano agli studi e alla scrittura: Gregorio da Padova, naturalista e speziale, redige nel 1663 una farmacopea manoscritta ricchissima di quelli che definisce «sperimenti segreti» e Donato da Roccadevrando, speziale del convento di Forniello, si occupa di alchimia e scrive testi sull’arte distillatoria.

I membri di questo Ordine, poi, si specializzano in modo particolare nella creazione di erbari. Uno dei più importanti è quello di fra Fortunato da Rovigo, nato nel 1638, che arriva nel convento di Padova come aiuto infermiere ed è allievo di Gregorio da Padova, dal quale apprende il segreto della preparazione di una miracolosa panacea, detta “polvere dell’Algarotto”. Studia botanica, inizia una corrispondenza epistolare con studiosi italiani e stranieri e ne conosce personalmente un gran numero.

Trasferitosi a Verona, comincia la redazione di un erbario, che completa recandosi più volte sul Monte Baldo, famoso in quell’epoca per la ricchezza della sua flora. Inoltre coltiva personalmente le specie più interessanti in un orto vicino al convento. La sua raccolta si arricchisce di preziosi esemplari grazie a molti confratelli missionari che gli inviano o gli portano piante e semi da ogni parte del mondo.

In seguito riassumerà i risultati delle sue ricerche in un primo testo in sei volumi, Tavola di Montebaldo fiorito (1690), purtroppo andato perduto, di cui rimangono solo le prime 54 carte.

Il primo tomo era forse la bozza di un’opera più vasta che Fortunato compone subito dopo e che doveva comprendere sette volumi in-folio. Riesce a completarne soltanto sei, mentre il settimo viene ultimato dal suo allievo, fra Petronio da Verona, che ne aggiunge un ottavo utilizzando il copioso materiale già raccolto dal maestro, ne redige un nono di indici e note e abbellisce il primo e l’ultimo di acquerelli e disegni a penna. L’opera, dal titolo Theatrum Plantarum, è rimasta manoscritta ed è conservata nel Museo di Storia naturale di Verona.

Come si legge nelle ultime pagine, prima di redigere il suo erbario Fortunato aveva consultato le opere di ben 348 naturalisti, riportando sotto ogni esemplare il nome di chi l’aveva descritto per primo.

L’autore è estremamente preciso e dimostra una grande competenza: le piante presenti sono addirittura 2.352 e ognuna viene esaminata e studiata in modo da evidenziarne tutte le parti utili a identificarla.

Un altro erbario molto interessante è quello del francescano minore Carlo Francesco Berta, nato nel 1722 e ordinato sacerdote con il nome di fra Zaccaria, botanico e naturalista di gran fama, tanto da essere chiamato a insegnare alla cattedra di botanica di Ferrara. Da buon speziale, cura l’orto del convento ed esercita la sua attività fino all’età di ottantotto anni.

Lascerà alla biblioteca del Collegio Alberoni di Piacenza tutti i testi che aveva riunito durante la sua vita, tra cui un volume composto dallo stesso frate con 148 tavole a colori raffiguranti specie autoctone ma soprattutto esotiche e un famoso erbario con tavole del Morandi, pittore e naturalista milanese e iconografo dell’orto botanico di Torino.

È francescano anche padre Giuseppe di Massa Ducale, farmacista speziale dell’Arcifarmacia dell’Aracoeli a Roma, che nel 1738 crea un erbario contenente oltre quattrocento piante officinali. Nella sua introduzione leggiamo:

Herbis, non verbis fiunt medicamina vitae.

Herbis, non verbis curantur corporis artus.

Herbis, non verbis fiunt unguenta saluti.

Herbis, non verbis redeunt in corpora vires. [3]

Oltre che dedicarsi alla redazione di erbari, i religiosi scrivono anche testi sull’esercizio pratico dell’arte medica e farmaceutica. A Venezia, nella famosa farmacia conventuale dei Cappuccini della Giudecca, sul finire del Cinquecento fra Francesco del Bosco da Valdobbiadene, detto il Castagnaro (1564-1640), entrato in convento del tutto illetterato, si appassiona talmente all’attività che svolge da scrivere La pratica dell’infermiero. Diviso in sei trattati, il libro contiene la descrizione sommaria delle malattie con i relativi rimedi, come radici purganti, fiori, frutti, alberi, lacrime, grassi, acqua, vini, sciroppi, elettuari, pillole, succhi, bagni artificiali, estratti, essenze, sali e molto altro. Il testo ottiene un buon successo e viene ristampato più volte.

Molto interessante risulta un’altra opera, composta anch’essa da un francescano, che illustra molto dettagliatamente le attività dell’addetto alla preparazione di medicamenti. Nel 1679 fra Francesco Sirena pubblica a Pavia L’arte dello speziale, in cui evidenzia quanto sia importante la formazione per chi si dedica all’arte farmaceutica. Insiste poi sul fatto che lo speziale debba mettersi al servizio del medico, che per sua natura non ha competenze né pratiche né manuali per preparare i rimedi e deve quindi rivolgersi a chi è più esperto di lui.

Il suo testo, quindi, è tutto centrato sul “fare” più che sulla teoria e per questo utilizza uno stile poco elevato ma facilmente comprensibile, ricorrendo quando necessario anche a termini dialettali. Ripete gli stessi avvertimenti più volte e chiarisce che tutto quello che scrive è stato ampiamente sperimentato ed è quindi degno di fiducia: seguendo le raccomandazioni proposte sarà possibile realizzare composti efficaci, ma sempre uguali per colore, odore e sapore. I prodotti secondo l’autore devono risultare belli e buoni: questo è il compito dello speziale e quello che tutti si aspettano da lui.

L’opera comprende ben 1.216 ricette suddivise in sedici capitoli; nel testo vengono riportati nel dettaglio i vari processi di preparazione e gli strumenti di lavoro da utilizzare. Alambicchi, vasi, distillazione, succhi di erbe, sciroppi, decotti, infusi, polveri medicamentose, oli, unguenti e cerotti medicati sono solo alcuni degli argomenti trattati.

Tra le curiosità troviamo la descrizione dei “troscici [4] di vipera”, realizzati con la carne di questo serpente, da cui si ricava un decotto che viene poi mescolato con del pane grattugiato. Per la preparazione occorre trovare un esemplare femmina, catturarlo possibilmente nel mese di maggio in luoghi montuosi, ucciderlo, e poi togliergli la pelle e le interiora lavando tutto con il vino bianco.

Un altro preparato piuttosto particolare è l’”olio volpino”, realizzato cuocendo una volpe intera senza le interiora in acqua e olio, con aggiunta di timo e aneto. Il tutto viene poi colato per ricavarne un olio, di cui però il Serena non indica né le proprietà, né l’uso consigliato.

La ricchezza delle voci trattate, la minuziosità delle descrizioni di procedure e metodologie e le innumerevoli fonti citate dall’autore fanno pensare che L’arte dello speziale sia stato un manuale indispensabile per molti farmacisti dell’epoca.


Estratto dall’introduzione al libro “La farmacia di Dio: Antichi rimedi per la salute, il buon umore, la bellezza e la longevità dalla tradizione monastica e francescana”, Anna Maria Foli, Edizioni Terra Santa 2021

DA CASTEL DI LUCIO A CASA SANREMO

Grazie al pizzaiolo Marco Nicolosi ed alla sua “pizza catelluccese” i sapori della Valle dell’ Halaesa approdano a Casa Sanremo

di Letizia Passarello

Marco Nicolosi, 40 anni, sposato, padre di due bambine di 7 e 3 anni, proprietario del ristorante Onda Blu di Castel Di Tusa, è stato scelto dal noto maestro pizzaiolo Enzo Pidimonte per far parte del team dei 40 esperti pizzaioli che porteranno le loro specialità a “Casa Sanremo”. Raggiunto da noi al telefono non ha potuto nascondere la sua emozione per questa nuova avventura che si accinge a vivere. L’obiettivo primario di Marco Nicolosi è quello di far conoscere e valorizzare il territorio da cui proviene, in particolare Castel di Lucio, in provincia di Messina, suo paese di origine e il borgo marinaro di Castel di Tusa che lo ha “adottato”, negli anni. Un connubio di mare e montagna che si rispecchia nella sua cucina rispettosa di una tradizione.

Marco Nicolosi

Lo farà attraverso la proposta gastronomica della pizza alla Castelluccese. Si tratta di una pizza condita con pomodoro, mozzarella, caciocavallo castelluccese di media stagionatura e salsiccia di suino nero dei Nebrodi, il tutto su una base friabile realizzata con grani antichi e lievitata secondo antichi metodi tradizionali. Interessante soprattutto l’introduzione della la salsiccia siciliana realazzata con carne a punta di coltello, condita con sale e pepe e aromatizzandola con del finocchietto selvatico di montagna. Per realizzare la carne a punta di coltello vengono miscelate le parti più nobili del suino, come i filetti e la lonza, dopo aver eliminato qualunque traccia di cartilagine. Una volta fatta passare nella caratteristica piastra ad 8 buchi i dadini, oltre a sale, pepe e finocchietto, possono essere saltati assieme ad altri ingredienti come provola, semi di finocchio, pomodoro, prezzemolo e mozzarella.

salsiccia siciliana

Ancora più interessante l’impiego del Caciocavallo di Castel di Lucio alias Provola dei Nebrodi è un caciocavallo a pasta filata prodotto con latte vaccino crudo e caglio d’agnello o di capretto. Un prodotto a marchio DOP (Denominazione d’Origine Protetta) della tradizione nebroidea.

La provola dei Nebrodi

Il maestro pizzaiolo Marco Nicolosi, si è rivelato da subito una persona di grande umiltà, cosa che lo rende un gigante. “Ho inviato il curriculum senza troppe speranze – ha, infatti, affermato – ma sono stato scelto grazie alla guida Restaurant Guru, anche per le ottime recensioni che vanta il ristorante Onda Blu”. Nicolosi, già a 13 anni aveva le idee chiare, diventare un pizzaiolo professionista e per questo non si è fermato davanti a nessuna difficoltà. Ha iniziato in sala come cameriere nei ristoranti di Castel di Tusa, per poi passare in cucina come aiuto cuoco ed infine coronare il suo sogno di diventare pizzaiolo. Da quattro anni è proprietario insieme alla moglie di “Onda Blu” caratteristico locale nel cuore del borgo marinaro di Castel di Tusa , apprezzato per la qualità della cucina e per l’accoglienza dei proprietari.